I miei libri

  • Thoeni vs Stenmark, l’ultima porta (Edizioni Mare Verticale)

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23 Marzo 1975, Ortisei: sul ripido pendio del Ronc, la pista che non c’è più, va in scena lo slalom parallelo che assegna la coppa del mondo di sci. Non è una gara come le altre, non lo può essere. Concepita dai vertici della federazione internazionale come una semplice passerella finale, si trasforma invece in una delle sfide più emozionanti della storia dello sport mondiale.
La stagione è stato un susseguirsi di ribaltoni e controribaltoni. Un colpo di scena dopo l’altro ci accompagna fino alla resa dei conti finale, dove tre uomini si presentano appaiati in classifica. Franz Klammer, Ingemar Stenmark, e Gustavo Thoeni si giocano tutto lì, in una manciata di secondi. ll clamore che precede la sfida è enorme, la tensione alle stelle. A Ortisei si presentano oltre 40.000 persone. Si calcola che venti milioni d’italiani siano inchiodati davanti alla TV .
Sono gli anni della leggendaria “Valanga Azzurra”, lo squadrone italiano domina il mondo : abbiamo vinto le ultime quattro edizioni della coppa. Anche quella del 1975 sembra dover essere una questione privata tra Gustavo Thoeni e Piero Gros. Due giovani non ci stanno e non esitano a lanciare il guanto di sfida. Uno è Franz Klammer: viene dalla Carinzia, è allegro, guascone, spericolato, reclama il trono della velocità. L’altro è Ingemar Stenmark: è nato in un villaggio non distante dal Circolo Polare Artico. E’ freddo e taciturno, vuole prendersi il mondo.
Sullo sfondo c’è una nazione che vive un periodo di forti tensioni e conflitti. Siamo nel cuore degli anni settanta: nelle strade italiane scorre il sangue versato dalle sprangate e dai colpi delle P38. Eppure quella domenica l’Italia si ferma, si stringe unita attorno a Gustavo Thoeni nel bisogno di regalarsi un momento di evasione. Non lo fa per una finale di un campionato del mondo di calcio, lo fa per una gara di sci. Per un paese come il nostro è qualcosa di straordinario.

  • Il Cameriere di Wembley (Edizioni Incontropiede)

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Con il match dello scorso anno ai mondiali brasiliani, abbiamo raggiunto gli ottant’anni di sfide tra italiani ed inglesi. Ottant’anni sono davvero tanti. Italia-Inghilterra non è solo un partita di calcio: è il cronometro del tempo che passa, del lungo viaggio della storia, nella quale riviviamo tutto ciò che siamo stati fino ad essere ciò che siamo. Le lancette scandiscono il tempo attraverso gli anni della dittatura, della guerra, della ricostruzione, della rinascita, della modernità. E’ l’incontro tra culture di due mondi diametralmente opposti, che non potrebbero essere più distanti. Estrosi, imprevedibili, ed opportunisti gli uni, organizzati, tradizionalisti, e leali gli altri. Perfettamente ritratti da Alberto Sordi e David Niven nel film I Due Nemici, da sempre italiani e inglesi non si risparmiano sarcasmi e veleni, ma in fondo, sotto sotto, si piacciono perché ciascuno invidia all’altro qualcosa che non ha e non avrà mai.
Questo libro, attraverso il racconto delle nove sfide che l’hanno preceduta dal 1933 in poi, è incentrato su una data, il 14 Novembre del 1973. Nel giorno del trentanovesimo anniversario della leggendaria partita di Highbury che consegnò i “Leoni” di Vittorio Pozzo alla mitologia del calcio, Inghilterra e Italia s’incontrano per la decima volta, la seconda a Wembley, il tempio mondiale del pallone. Non è una partita come le altre: in quarant’anni di sfide gli azzurri non sono mai riusciti a violare l’erba imperiale di Sua Maestà. Cinque mesi prima, nell’incontro amichevole allo stadio Comunale di Torino, sono finalmente riusciti a togliersi un tabù e batterli per la prima volta. Ora non resta che espugnare la roccaforte: il compito più difficile. Gli inglesi sono in evidente declino: i fasti del mondiale di casa del 1966 sono ormai lontani, e mai come questa volta l’impresa sembra essere alla portata della squadra italiana. Il saggio Valcareggi si affida all’ossatura della vecchia guardia “Messicana” corroborata da qualche nuovo inserimento che il campionato ha messo in mostra.
La vigilia è condita da toni acidi: a Wembley sono attesi trentamila tifosi italiani, prevalentemente nostri connazionali che lavorano nel Regno Unito. La stampa inglese infiamma la tranquilla vigilia non rinunciando a battute al vetriolo: scrivono che A WEMBLEY SONO ATTESI TRENTAMILA CAMERIERI. Il riferimento è per i tipi di lavoro che gli italiani svolgono nella capitale inglese e soprattutto per il nostro centravanti Giorgio Chinaglia, figlio di emigranti in Galles, che in gioventù dava una mano dietro al bancone del bar di famiglia. Gli ingredienti per un piatto saporito ci sono proprio tutti. Le attese non vengono deluse. La partita rispecchia in pieno i due stili d’interpretare il gioco del calcio, espressioni delle culture dei due paesi. Inglesi all’assalto, ma monocordi e del tutto privi di genio creativo. Italiani arroccati in difesa, pronti a sfruttare l’occasione buona con il cinico contropiede.
Si gioca sotto una fitta pioggerella tipicamente britannica che rende il tappeto verde di Wembley umido e scivoloso: fosse asciutto non avrebbe lo stesso fascino. La squadra italiana fatica ad uscire dal guscio sotto la pressione dei padroni di casa che spingono come forsennati, tuttavia regge anche grazie ad una grande prestazione dei nostri difensori e ad alcuni interventi prodigiosi di Dino Zoff. A centrocampo Gianni Rivera è il perfetto interprete del genio italico: finte, controfinte, passaggi illuminanti per le due punte Riva e Chinaglia. Quest’ultimo, ferito nell’orgoglio, ci dà dentro come un matto galoppando ovunque ci sia un pallone da giocare. A quattro minuti dal termine, Fabio Capello, che dell’Inghilterra diventerà allenatore, scrive la storia, finalizzando una classica azione di contropiede, partita da un affondo sulla fascia destra di Giorgione.
Il boccone servito in campo dalla servitù in maglia azzurra è per i commensali di casa molto amaro. Al fischio finale, i trentamila camerieri sugli spalti si godono un momento storico, atteso per quaranta lunghi anni. A WEMBLEY SONO ATTESI TRENTAMILA CAMERIERI.

  • Coppa Davis 1976, una storia italiana (Edizioni Mare Verticale)

COPPA DAVIS 1976- UNA STORIA ITALIANA

Santiago del Cile, 18 dicembre 1976: finale di Coppa Davis tra Cile e Italia. Dopo i successi nei due singolari della prima giornata, Adriano Panatta e Paolo Bertolucci si trovano avanti per due set a uno, 5-3 e 40-0 nel terzo, contro la coppia di casa composta da Jaime Fillol e Patricio Cornejo. Panatta ha convinto il compagno a scendere in campo con una maglietta rossa. Il colore non lo ha scelto a caso: è un gesto simbolico e provocatorio nei confronti del Generale Augusto Pinochet Ugarte, che l’11 settembre del 1973 è salito al potere a seguito di un sanguinoso golpe militare finito con il suicidio del presidente Salvador Allende. Da quel giorno il paese sudamericano ha vissuto una delle più cruente e barbare repressioni che la storia ricordi. In Cile il mondo ha assistito inerme ad un funerale della democrazia. Non tutti se ne stanno con le mani in mano però: gli uomini e le donne dell’ambasciata italiana a Santiago scrivono una pagina encomiabile della nostra storia diplomatica, accogliendo e salvando oltre 750 perseguitati. Nel 1976, la situazione nella capitale cilena è, si fa per dire, ormai stabilizzata, coperta da una calma tuttavia solo apparente La squadra Italiana ha raggiunto la finale dopo aver eliminato in serie, Polonia, Jugoslavia, Svezia, Inghilterra, e soprattutto la fortissima Australia in un Foro Italico di Roma trasformato in un curva del vicino stadio olimpico. I protagonisti della cavalcata sono Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, e Antonio Zugarelli. Panatta è reduce da un’annata fantastica che lo ha consacrato sull’Olimpo del tennis, grazie ai trionfi di Roma e Parigi. Ora vuole fortemente l’insalatiera d’argento. Alla guida del gruppo c’è Nicola Pietrangeli, il più grande giocatore della storia del tennis italiano, che mette a disposizione della squadra tutta la sua esperienza e il grande carisma. Come tutti i dittatori del passato, anche il regime di Pinochet utilizza un grande evento sportivo come strumento di propaganda. A causa di questo, in Italia monta la polemica tra chi accarezza il sogno sportivo e chi sostiene invece che non ci si dovrebbe sporcare le mani andando nella tana del carnefice. Cortei e manifestazioni si susseguono in favore del boicottaggio al grido di “Non si giocano volée con il boia Pinochet”, Panatta viene accusato di essere miliardario e fascista: “Panatta miliardario, Pinochet sanguinario”: proprio lui, da sempre uomo di sinistra. L’unica colpa che ha è quella di guadagnare i suoi soldi giocando bene a tennis. Il clima è incandescente. Nicola Pietrangeli non ci sta, si mette di traverso, partecipa a dibattiti televisivi e radiofonici, rilascia interviste nelle quali reclama il diritto di giocarsi il massimo titolo tennistico per nazioni. La disputa si svolge tutta in seno alla direzione del PCI, che alla fine avvalla la trasferta. Via libera: si parte e finalmente si gioca. Adriano Panatta e Paolo Bertolucci sono ora a un passo dalla storia. Alla fine del terzo set hanno cambiato maglietta: quella rossa, dal chiaro significato politico, è rimasta negli spogliatoi dopo il riposo. Per l’appuntamento con la gloria di uno dei massimi traguardi dello sport italiano, scelgono l’azzurro.

 

  • Valanga Azzurra, Innsbruck 1976 (Edizioni Mare Verticale)

Valanga Azzurra Innsbruck 1976

Sono le 14,30 del 4 febbraio del 1976: Christl Haas, campionessa olimpica di discesa libera nel 1964, accende la fiamma sul tripode dello stadio di Bergisel a Innsbruck. Per un minuto suonano le campane della cattedrale e di tutte le chiese della capitale del Tirolo. I giochi della dodicesima olimpiade invernale sono ufficialmente aperti. Il leggendario slalom parallelo del 23 Marzo 1975 sul pendio del Ronc a Ortisei, ha celebrato il mito della Valanga Azzurra davanti a oltre quarantamila persone: in Valgardena Gustavo Thoeni ha conquistato la sua quarta coppa del mondo, la quinta della nazionale italiana guidata da Mario Cotelli. Grazie alle imprese della Valanga lo sci in Italia è protagonista di un vero e proprio boom. Non c’è ancora l’auditel, ma le gare di coppa del mondo fanno in TV il pieno di ascolti nel fine settimana. Il numero di appassionati e praticanti conosce una crescita mai vista prima. Da sport di èlite riservato a pochi fortunati, lo sci è diventato un vero e proprio fenomeno di massa: sulle Dolomiti è nato lo Skipass Superski. che consente di sciare in quattro valli collegate con una sola tessera. Gli Spalding di Thoeni, i Rossignol di Gros, gli Elan di Stenmark, e soprattutto i Fischer RC4 di Klammer, fanno bella mostra nei negozi di sport. Bei tempi. Eppure è un anno difficile quel 1976. Il paese non se la passa troppo bene. La scure del terrorismo è una minaccia consolidata e costante. Episodi di corruzione e scandali politici sono all’ordine del giorno. I governi sono caduchi come le foglie d’autunno. Il quadro economico, che nella svalutazione della lira trova la panacea, ha tinte fosche.In Valgardena ci siamo confermati i numeri uno, ma che fatica…! Il panorama è cambiato: non siamo più soli. La discesa ha ora un nuovo re, il Kaiser Franz Klammer, che nell’ultima annata ne ha centrate otto su nove. Tra i pali, Ingermar Stenmark ci ha fatto soffrire fino all’ultimo atto della stagione. Lo squadrone italiano domina ormai la scena da cinque stagioni: Thoeni ha vinto quattro coppe del mondo (1971-7972-1973-1975), Piero Gros una (1974). Tuttavia l’orizzonte appare meno azzurro di quanto ci si possa attendere. Gli avversari sono più che mai agguerriti e decisi a mettere fine al regno. Su Sapporo quattro anni prima, Gustavo Thoeni ha messo la propria firma. Lo ha fatto da solitario protagonista. Ora però tutto è diverso: attorno al campione di Trafoi è sorta una squadra fortissima che negli ultimi quattro anni ha dettato legge e in Tirolo cerca la consacrazione definitiva. Mario Cotelli ha problemi di abbondanza: in vista dell’impegno olimpico, oltre a Pierino e Gustavo, abbiamo tante frecce nell’arco delle discipline tecniche con i vari Franco Bieler, Fausto Radici, Paolo De Chiesa, Erwin Stricker, Tino Pietrogiovanna, i giovani Diego Amplatz, vincitore dell’ultima Coppa Europa, Bruno Noeckler, Arnold Senoner, e Sepp Oberfrank. Herbert Plank è la nostra punta in discesa da opporre ai due mostri sacri Klammer e Russi. In campo femminile, Claudia Giordani, una tenace ragazza romana, ma milanese d’adozione, figlia della “voce del basket” Aldo Giordani, ha buone carte da giocare negli slalom, anche perché l’idolo di casa Annemarie Moser-Proell, dominatrice delle ultime cinque edizioni della coppa del mondo, ha colto tutti di sorpresa annunciando il proprio ritiro. Insomma, siamo ancora una volta la squadra da battere e a Innsbruck tutti aspettano la Valanga Azzurra. Gli azzurri non tradiranno le attese, ma, come vedremo, non sarà affatto facile, anzi. L’oro di Piero Gros in slalom arriverà come una manna dal cielo al termine di un olimpiade molto sofferta e condita di polemiche e veleni all’interno del clan azzurro. Quel trionfo indimenticabile rappresenta l’ultimo acuto di spessore messo a segno dalla Valanga Azzurra. Da quel giorno vinceremo sempre meno, fino a non vincere più. Dopo aver dettato legge per cinque anni, siamo costretti a cedere lo scettro a un nuovo re, Ingemar Stenmark che, smaltita la delusione di un olimpiade per lui al di sotto delle aspettative, conquista la prima delle sue tre coppe del mondo. Di fronte allo strapotere del fuoriclasse svedese, pian piano la Valanga si scioglie nella disperata ricerca di battersi ad armi pari e resistergli. Come spesso succede in Italia, i cicli nascono tra le fanfare, lo sventolio delle bandiere e il fiato delle trombe, per poi chiudersi tra diatribe, litigi, e veleni. Nemmeno la favola della Valanga Azzurra riesce a sottrarsi a questo destino. In palese contrasto con i vertici federali, nel 1978 Mario Cotelli lascia la guida della nazionale italiana dopo nove anni di successi irripetibili per lo sci azzurro. Con l’uscita di scena dell’uomo che l’ha plasmata e forgiata, inevitabilmente termina l’era della Valanga Azzurra. Attraverso il racconto dei giorni dell’ultima grande vittoria di quel gruppo straordinario e quelli dell’inevitabile tramonto, questo libro vuole essere una testimonianza di gratitudine nei confronti di quei ragazzi che per tanti anni ci fecero sognare regalandoci emozioni impagabili. Le interviste con Mario Cotelli, Gustavo Thoeni, Piero Gros, Herbert Plank, Claudia Giordani, e Franz Klammer ci fanno tornare indietro di quarant’anni e rivivere quel mito.

  • Il duello – Moser e Fignon, una sfida leggendaria (scritto con Matteo Fontana – Absolutely Free Editore)

IL DUELLO

È il 10 giugno 1984. Lo scenario è l’Arena di Verona. Nell’anfiteatro si compie la strabiliante rimonta di Francesco Moser su Laurent Fignon, nella cronometro che chiude il Giro d’Italia: la maglia rosa è sua. Moser, fino a pochi mesi prima, era dato ormai al tramonto, dopo una grande carriera. Guidato da uno staff medico all’avanguardia, ha cambiato preparazione, rivoluzionando il ciclismo. Ha stabilito il record dell’Ora a Città del Messico e conquistato la Milano-Sanremo. Ma la sua vittoria al Giro è la definitiva incoronazione per un fuoriclasse amatissimo. Ed è, anche, una cocente sconfitta per Fignon, la nuova stella venuta dalla Francia, il successore designato di Bernard Hinault. Se Moser è detto lo Sceriffo, lui è il Professore. Soprannomi che ritraggono due personalità di enorme caratura che sulle strade italiane danno vita a un duello intriso di passione, polemiche ed emozioni. Sullo sfondo c’è uno sport che è figlio del popolo, della gente, e che è colmo di protagonisti che segneranno un’epoca. Una sfida mitica che entra nella leggenda. Una grande storia di uomini.

 

  • Alberto Tomba e il sogno di cristallo (Edizioni Mare Verticale)

Alberto Tomba e il sogno di cristallo

No, non mi andava proprio giù che un fuoriclasse come Alberto Tomba, dopo aver varcato i cancelli di Olimpia e fatto il pieno di vittorie, non riuscisse a riportare in Italia la Coppa del Mondo di sci. La consideravo una palese ingiustizia, perpetrata dai cervellotici regolamenti internazionali che penalizzavano gli artisti per premiare i ragionieri. La stessa cosa era successa anni prima al più grande di tutti, Ingemar Stenmark. Lo svedese dominava la scena, si era già portato a casa tre sfere di cristallo, quando i vertici dello sci mondiale pensarono che la sua superiorità fosse così schiacciante da rasentare la noia. Decisero allora di cambiare le carte in tavola, dando un peso specifico esagerato alle combinate. Finì che noia fu per davvero. Nel 1978 fu infatti sancito che non si potessero incamerare punti oltre a tre gare per disciplina. Assurdo. Fu un piano architettato per favorire la polivalenza e sbarrare così a strada a Stenmark, che partecipava solo a slalom e giganti ma non prendeva parte alle libere. La coppa del mondo nel 1979 la conquistò lo svizzero Peter Luscher. Con tutto il rispetto, non so quanti di voi lo ricordino.

Ora la stessa cosa si ripeteva con Alberto Tomba. Già in tre occasioni la coppa gli era sfuggita per un nonnulla: prima Zurbriggen nel 1988 (ma lì fu Alberto a gettarla al vento alle finali di Saalbach), poi fu la volta Girardelli (un campionissimo), e soprattutto del carneade Accola (un 13 al totocalcio). Entrambi fecero leva sui punti delle combinate, grazie ai piazzamenti nelle libere e nei supergiganti. Alberto dopo l’incidente del dicembre del 1989 a Val d’Isère, non partecipava più ai superG. In gara solo tra i pali dello slalom e del gigante, la sua era una corsa ad handicap. Ogni anno partiva per vincere, ma poi la coppa se la pigliava qualcun altro. Aveva cambiato a suo modo lo sci, in pista e fuori. Se Thoeni fu l’inventore del passo spinta, Stenmark della curva rotonda, Tomba inventò la trazione integrale: sulla neve andava con quattro ruote motrici unendo potenza a classe cristallina. Veniva dalla città: portò luce e musica pop dove regnavano silenzio crepuscolare e cori alpini. La sua fu una rivoluzione. Amatissimo, l’Italia era ai suoi piedi e si paralizzava per seguire le sue imprese. Persino il Festival di Sanremo s’interruppe per dare spazio alle sue discese dorate ai giochi olimpici di Calgary.

Lo sci conobbe una popolarità che aveva solo intravisto anni prima quando a dettar legge sui pendii del Circo Bianco erano Gustavo Thoeni, Piero Gros e i magnifici ragazzi della Valanga Azzurra. Quante le differenze! Se quella era infatti una squadra, Tomba era un stella che brillava di luce propria, un vero e propio fenomeno della natura arrivato dall’Emilia. Nel 1995, quando a seguirlo come un angelo custode c’era Gustavo Thoeni (il suo idolo da ragazzino), riuscì a riportare la coppa del mondo in Italia vent’anni dopo proprio Gustavo. Romantico passaggio di testimone tra due personaggi così diversi, ma così simili nel loro essere campioni. Per farlo, infilò un striscia di undici successi consecutivi (7 in slalom, 4 in gigante). Dovette insomma sfoderare qualcosa di straordinario per realizzare ciò che, stando ai valori, avrebbe dovuto essere ordinario. Fu insomma più forte di tutto ed ebbe finalmente giustizia. L’olimpiade è il sogno di gloria cui aspira qualsiasi atleta, ma è la coppa del mondo ad elevarlo al rango di campione completo dal punto di vista tecnico. Sull’albo d’oro non poteva mancare il nome di Alberto Tomba. Sarebbe stato un vulnus irreparabile. Per questo ho voluto ripercorrere le tappe di quello che fu un lungo e sofferto inseguimento culminato nel trionfo di Bormio.

Sullo sfondo c’era un’Italia che provava faticosamente a cambiare e segnare la svolta invocata dal popolo. Anni difficili, marchiati dallo scossone giudiziario che fece implodere la Prima Repubblica e le stragi di mafia che colpirono lo Stato dritto al cuore, attraverso il sacrificio dei suoi più validi e fedeli servitori. Dopo tanti anni possiamo guardare ai quei giorni come a una speranza diventata presto illusione e un dolore rimasto tale. Tanto rumore per nulla, se vogliamo. Un quarto di secolo dopo, siamo quelli di prima; vivemmo allora un autunno, più che una primavera. In quel contesto, Alberto Tomba fu per gli italiani un ricostituente da assumere nei fine settimana. Fu un credito, in un mare di debiti. Fu il nostro miglior ambasciatore in giro per il mondo, quando ne avevamo pochissimi da poter presentare. Al di là delle sue vittorie, questo rimane secondo me il suo merito più grande. Ecco perché ci tenevo a raccontarlo.