LA SOLITA STORIA

Niente da fare. I francesi continueranno a prendersi gioco dei loro cugini poveri

A buon dire, per i più Francia-Belgio era la vera finale di questo mondiale. In effetti erano le due squadre ad aver convinto maggiormente fino a stasera. Se la vecchia Europa alla campagna di Russia detta legge, lo deve soprattutto ai loro meriti: i transalpini approdavano alla semifinale dopo aver fatto fuori gli scalcagnati argentini e gli indomiti uruguaiani, i diavoli rossi le supponenti cicale brasiliane. Mica poco. Francia-Belgio si presentava allora come un thriller avvincente, la cui intricata soluzione stava sospesa tra la pipa di Maigret e la bombetta di Poirot. 

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Da sempre i francesi trattano i loro vicini come dei poveri cugini di bassa lega. Sul loro conto si sprecano in sprezzanti racconti, almeno quanto siamo abituati a fare noi con la combriccola del bar quando ce la ridiamo di gusto sulla benemerita arma dei Carabinieri. Lo sport in passato ha reso giustizia ai belgi. Le bastonate che Eddy Merckcx gli rifilò sulle strade del Tour, furono umiliazioni che i francesi non digerirono mai. Arrivarono fino ad odiarlo: in preda all’esaurimento, un tizio di nome Nello Breton si spinse oltre e gli sferrò un pugno al fegato sui tornanti del Puy de Dome alla Grand Boucle del 1975 (se la cavò con un simbolico franco di ammenda), quando a spodestare  Il Cannibale e porre fine alla sua era fu proprio un francese, Bernard Thevenet. Quel Tour passò alla storia come La Presa della Bastiglia. Questa semifinale mondiale era la resa dei conti, la rivincita attesa da anni e anni nelle lande di Fiandre e Ardenne.  

Ci si attendeva una partita aperta tra due squadre che amano giocare il pallone, sia pur con diverse sfumature. Lo è stata. Il Belgio si è mosso più di compasso e righello, la Francia è andata a folate nell’intento di cogliere l’avversario di sorpresa attraverso i varchi che sapientemente Giroud ha creato per Mbappè e Griezmann. La svolta è arrivata in avvio di ripresa da un’incornata di Umtiti che staccando più alto dei boccoli di Fellaini ha rotto gli equilibri. Per i galletti si è a quel punto messa su terreni a loro congeniali: potendo distendersi negli spazi hanno stappato bollicine di calcio champagne, il Belgio ha perso via via  smalto  finendo per ballare la danza proibita sul Tagadà di San Pietroburgo. 

Martinez ha provato a giocarsi allora la carta Mertens nel tentativo di dare più trazione. I suoi hanno spinto, cercando la giocata buona, Hazard si è caricato sulle spalle il ruolo di leader ed è andato al timone, ma è  sempre stata la Francia a dare l’impressione di poter far male in contropiede. La gara si è fatta bella, aspra, ad alta intensità. Martinez ha mandato nella mischia anche Carrasco per Fellaini, quando era ormai l’ora del tutto per tutto. Il Belgio ha premuto, dato pressione,  senza tuttavia trovare pertugi dove incunearsi. I Bleus si sono raccolti a riccio alzando la barricata davanti alla porta di Lloris. Quella di Deschamps è una macchina perfetta, a suo agio su tutti i terreni: sa leggere e interpretare le situazioni, sa attendere, mordere, chiudersi e ripartire. È sporca o pulita, a seconda dei momenti. Nel finale avrebbe potuto addirittura rendere il bottino più cospicuo, ma oggettivamente sarebbe stato troppo. Mbappè ha trasceso in coup de theatre che farebbe meglio a risparmiarsi. Di Neymar, ne basta uno. Ai belgi son girate le scatole e non gli hanno risparmiato durezze. 

È finita così. A Mosca va la Francia, per la terza finale della sua storia. Nulla da eccepire, è la migliore del lotto. In tribuna abbiamo scorto le rughe di Mick Jagger. Ai belgi non rimane che il refrain di I can get no Satisfatction. Poco male se quelle note non fossero accompagnate dalle storielle che ora i ricchi cugini gli riserveranno con tutta la perfidia che li contraddistingue. La solita storia.

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