TIC TAC, TIC TOC

Il giorno nero del Tiki Taka, ma il ciclo della Spagna non è finito

Son quasi passati due anni da quella sera in cui ci trovammo nella sala stampa del Bentegodi ad ascoltare Eusebio Di Francesco commentare la sconfitta per 1-2 del suo Sassuolo contro il Chievo: «Non meritavamo di perdere. Abbiamo fatto tanto possesso palla». Avemmo un sussulto: «Ma come, – ci dicemmo – eppure la vittoria del Chievo è stata limpida e non fa una grinza». Vero che il Sassuolo aveva tenuto di più il pallone tra i piedi, altrettanto vero che ciò era avvenuto sulla trequarti campo attraverso lunghi fraseggi orizzontali privi di sbocco: tiri in porta zero. Mica un dettaglio. Ci spiacque che un bravo e serio allenatore come Di Francesco omettesse di ammetterlo e si trincerasse dietro la storiella del possesso palla. 

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Già, perchè di storiella si tratta, e ieri allo stadio Luzniki di Mosca (il vecchio Lenin, quello di Mennea e la Simeoni alle olimpiadi del 1980) i nodi son venuti al pettine. Un gollonzo su autorete, 1137 passaggi di cui 1031 completati (91% di precisione); 75% di possesso palla; 9 tiri in porta in oltre 120 minuti; questi i numeri della Spagna nel giorno nero del Tikitakismo. La Russia l’ha messa giù all’antica, altro del resto non poteva permettersi di fare: tutti dietro in trincea, il solo ciclopico fante Dzyuba a sportellare in avanti supportato dall’inesauribile energia di Golovin, l’unico vero talento di cui Cherchesov possa disporre. E alla fine l’ha spuntata. Con merito forse anche no, ma l’ha spuntata. D’altronde il calcio non è la boxe, dove la vittoria si può ottenere ai punti.

La Spagna si unisce quindi a Germania, Argentina, Portogallo al muro del pianto delle trombate eccellenti, nel pomeriggio più noioso di questo bel campionato del mondo: 120 minuti di pennichella. Tic e tac, tic e toc: stucchevole barocco. Le fortune del Tiki-Taka stanno nella lunga fase di possesso spezzata da improvvise accelerate in verticale create dai tagli. Almeno così siamo abituati a vederlo nel Barcellona. Non sempre riesce, ma questo va detto dipende da mille altri fattori, come ad esempio la condizione fisica di chi lo propone e l’approccio alla partita degli avversari. La Roma di Di Francesco (sempre lui, ma evidentemente la lezione è servita) la supponenza blau-grana l’ha fatta a pezzi attraverso i lanci lunghi a scavalcare il centrocampo catalano e una pressione asfissiante.

Gli unici tagli che la Spagna ha prodotto ieri se li è fatti sulla propria pelle: zero movimento, zero inserimenti, infinita circolazione di palla in orizzontale oltre i limiti dell’irritazione. I russi proporranno pure un calcio rozzo, ma almeno la loro parte l’hanno fatta. La Spagna, onestamente no. Piano, però. Un conto è una partita andata male, altro è un ragionamento più ampio. Sentiamo ora dire il ciclo delle Furie Rosse sia finito, balle: lo è per un immenso interprete come Don Andrès Iniesta, forse anche per Piquè (qui i motivi sconfinano nel credo politico), ma non per senatori come Ramos, Carvajal, Busquets, Silva e la New Wave di Isco, Asensio, Lucas Vasquez, e quelli che verranno. L’età media della squadra è di 28,5 anni, magari non giovanissima, ma nemmeno fatta di vecchie cariatidi. La Spagna non perde una partita da due anni, quando fummo noi a stenderla a Parigi agli europei. Un anno fa al Bernabeu, complici le scellerate scelte di Ventura, ci umiliò impartendoci una severa lezione di calcio. Da lì iniziarono i nostri guai. Lo stesso avrebbe fatto con gli argentini in un’amichevole premondiale la scorsa primavera, passata con eccessiva leggerezza in cavalleria. Le nazionali giovanili spagnole mietono successi a ripetizione. Il ricambio è dietro l’angolo.

Dopo il tonfo agli europei di due anni fa, Julen Lopetegui aveva ricollocato la nazionale dove gli compete. Era riuscito a conferire efficacia al Tiki Taka, limandone gli eccessi di stucchi a favore dell’incisività. La sua Roja ha vinto, divertito, e raccolto consensi ovunque. In virtù di questo, al mondiale la Spagna si presentava come una delle grandi favorite. Poi però è successo il patatrac: a due giorni dal via, il Real Madrid ha annunciato di aver messo sotto contratto proprio Lopetegui;  la federazione non ha digerito lo sgarbo e ha rispedito il tecnico basco a casa senza tanti complimenti. Il presidente Rubiales ha in tutta fretta affidato la panchina al ds Fernando Hierro, una bandiera del calcio spagnolo, ma che allenatore non è. Se non tutto, diciamo che questo spiega abbastanza.

La Spagna subisce una gran brutta botta (che poi, proprio non riusciamo a rattristarci per le lacrime di Sergio Ramos è un altro discorso) ma non è morta e tornerà protagonista, c’è da giurarci. Può ancora attingere da un serbatoio pieno di talento. Ciò di cui ha ora bisogno è un uomo che la sappia guidare bandendone il narcisismo allo specchio, suo atavico problema che dal sottosuolo tende a riaffiorare come una talpa a guastarti il bel giardino di casa. Julen Lopetegui  c’era riuscito. Chi verrà, lo vedremo.

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