AFRICA: SE NON ORA, QUANDO?

Storia di un’eterna incompiuta

La costante dell’Africa ai mondiali è la perseveranza nell’essere qualcosa d’incompiuto. Lo è dal 1974, quando lo Zaire fu la prima squadra africana a prendere parte a un campionato del mondo. Non fu certo un successo, ma fu il contorno alla spedizione congolese a toccare tasti drammatici. . Sul campo i Leopards vennero presi letteralmente a pallonate. Persa dignitosamente la prima contro la Scozia, finirono sotto la tempesta del ciclone Jugoslavia. Nel terzo match contro il Brasile assistemmo a scene comiche; solo dopo molto tempo comprendemmo che quelle sequenze filmate celavano in realtà un dramma nel quale di divertente non c’era assolutamente nulla. I fatti sono noti: gli sgherri di Mobutu minacciarono i giocatori che in caso avessero subito più di tre gol dagli allora campioni del mondo in carica, non sarebbero tornati più a casa. In quelle stesse ore, in patria le loro famiglie subirono altre intimidazioni. La squadra scese in campo con il terrore addosso: finì tre a zero per il Brasile, ma, cosa ben più importante, almeno i Leopards salvarono la pelle.

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Quattro anni dopo, al mondiale desaparecido dei generali argentini, la Tunisia, stracciando il Messico, fu la prima squadra africana a vincere una partita. Le Aquile di Cartagine si presero persino il lusso di bloccare la Germania. Fatale risultò la sconfitta di misura contro la Polonia. Nel 1982, Camerun e Algeria uscirono pure loro sì al primo turno, ma a testa altissima: N’Kono e compagni terminarono imbattuti; gli algerini stupirono il mondo sconfiggendo addirittura la Germania al debutto.

Da quel mondiale si cominciò ad attendere il fatidico salto di qualità che collocasse il calcio africano in una cerchia ben al di sopra della mera simpatia. Attesa vana. Nel 1986 in Messico, il Marocco fu la prima squadra africana a raggiungere la fase ad eliminazione diretta. Uscì agli ottavi. Quattro anni dopo, a Italia ‘90, il Camerun di Roger Milla si piegò ai quarti di finale al termine di un’epica sfida con gli inglesi al San Paolo di Napoli. Al mondiale americano, furono le magie di Roberto Baggio negli ottavi contro la Nigeria a salvare Sacchi dal linciaggio. Per ritrovare altre due squadre africane ai quarti di finale, avremmo quindi atteso fino al 2002 e successivamente al 2010 quando rispettivamente Senegal e Ghana  sarebbero riuscite nell’impresa. Quattro anni fa Nigeria e Algeria si fermarono agli ottavi.

In Russia, Senegal, Nigeria, Tunisia, Marocco, ed Egitto si presentavano con tutto sommato buone credenziali. Si pensava che almeno un paio di esse potessero accedere al tabellone degli ottavi, e invece nel lotto delle 16 l’Africa non è rappresentata. Un disastro. Non succedeva dal 1982. Tra tutte, l’Egitto pareva godere di maggiori favori, e invece ne è uscita peggio delle altre: tre partite e altrettante sconfitte. Avesse potuto disporre di un Salah in condizioni perlomeno accettabili, ci troveremmo ora a scrivere altro, sennonché a toglierlo di mezzo ci ha pensato con le maniere forti Sergio Ramos (a proposito, complimenti per la consueta impunita signorilità) nella finale di Champions di Kiev tra Real Madrid e Liverpool. Rimesso in tutta fretta in sesto, quello che abbiamo visto al mondiale, di Momo Salah non era manco il cugino. Peccato davvero.

E le altre? La Tunisia ha fatto quanto poteva, cioè poco; a nulla sono serviti al Marocco del bel Hervè Renard, giocatori dal doppio passaporto; la Nigeria non aveva certo un girone alla sua portata: si è fatta due bocconi dei vichinghi d’Islanda, ma ha dovuto piegarsi alla superiorità di Croazia e Argentina. Del Senegal rimangono elogi e altrettanti rimpianti. La squadra era forte e l’eliminazione è una beffa assolutamente immeritata: uscire per la conta dei cartellini gialli è un’atrocità, ma va anche detto che paga qualche ingenuità di troppo e una buona dose di evanescenza sotto porta.

Insomma, alla resa di conti di Russia 2018  l’Africa rimedia con pochi alibi una secca bocciatura. Come abbiamo visto, non è certo la prima, ma semmai l’ennesima che si aggiunge a una lunga serie. Fisicità e tecnica non bastano se continuano a non essere supportate adeguatamente da iniezioni di mentalità e tattica. Per svezzare una volta per tutte il calcio africano, è evidente che qualcosa vada ripensato. Al momento vediamo solo qualche  vecchia bollitura (Hector Cuper, giusto per non far nomi) e soprattutto tanti simpatici istrioni in cerca di fortuna (molti sono europei e ricordano vagamente picareschi personaggi in sahariana delle memorabili pellicole di Lina Wertmuller), quando ciò che realmente occorre sarebbero progetti seri e buoni maestri. Appuntamento tra quattro anni in Qatar, con la speranza di non esser costretti a ripeterci.   

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