TRA STORIA E MALEDIZIONI

Anche la Germania ha la sua Corea; il bis al mondiale si conferma una maledizione

È un mondiale pazzo, apertissimo, dove nulla è scontato, ma anzi riserva colpi di scena a ripetizione tali da riscrivere la storia del calcio. Non era mai successo infatti che la Germania uscisse al primo turno da un mondiale. Artefice del misfatto, la Corea, una disgrazia che noi italiani ci portiamo sul groppone da 52 anni (con tanto di Morenoide ricaduta sedici estati fa) ma che da oggi non è più almeno una nostra amara esclusiva.

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Di sorprese questo campionato del mondo ne offre a bizzeffe, ma questa è talmente abnorme nelle sue dimensioni, che a stento crediamo a quanto stiamo scrivendo mentre battiamo agitati polpastrelli sulla tastiera. La Germania si presentava in Russia come detentrice del titolo e, forte di un percorso netto nella fase di qualificazione, come una delle squadre più accreditate ad alzare la coppa. Come sempre del resto. E invece…La sconfitta al debutto col Messico aveva gettato ombre sulla reale consistenza dei tedeschi. Squadra irriconoscibile, lenta, svuotata. Pochi giorni dopo contro la Svezia, dopo aver visto  a lungo le streghe, in piena Zonen Cesarinen la velenosa parabola di Kroos aveva mitigato i dubbi e rimesso le cose a posto. «Eccoli, i soliti tedeschi» avevamo scritto. Ecco allora che quando la qualificazione agli ottavi pareva non essere altro che una formalità, son piovute le saette coreane.

La Germania può recitare un Mea Culpa grande così: Low ha fatto scelte alquanto discutibili, come ad esempio l’esclusione di Muller e la rinuncia a una torre come Gomez che male non avremmo visto schierato dall’inizio contro una difesa coreana che certo fatta di giganti non è. Li ha inseriti entrambi quando la sudorazione sotto il caschetto capelluto e la magliettina da fighetto si è fatta fredda. Ozil intanto continuava a recitare imperterrito senza soluzione di pausa la parte dell’incompiuto in preoccupante crisi d’identità e  riserva di energie.  Detto ciò, pur senza brillare, il pari sarebbe potuto anche bastare, sennonché quando nella ripresa la Svezia si è fatta tre bocconi dei Mariachi messicani, i rischi son diventati guai seri. La Germania ha perso la sua proverbiale freddezza, si è sfaldata e si è per così dire latinizzata nell’ansia, finendo per  crollare sotto i fendenti asiatici. Auf wiedersehen e fine del ciclo Low. Tutto questo nel pomeriggio di Kazan, da oggi la Stalingrado del calcio tedesco.

Un dato, per concludere. Solo due nazioni in passato sono state capaci realizzare la doppietta a quattro anni di distanza l’una dall’altra: noi nell’anteguerra (1934-1938) e il Brasile nel dopoguerra (1958-1962). Statistiche che indicano quanto sia maledettamente difficile. La Germania della campagna di Russia, ricorda l’Italia che Lippi portò in Sudafrica nel 2010, quattro anni dopo la notte di Berlino. La vecchia guardia, miscelata con la next gen (più o meno la stessa cosa che fece Enzo Bearzot nel 1986 dopo il trionfo del Bernabeu). Finì male per noi allora, è finita altrettanto male per i tedeschi oggi: fuori a testa bassa al primo turno. Stessa sorte capitò alla Spagna quattro anni fa in Brasile e alla Francia nel 2002 al mondiale nippocoreano. Vi chiediamo: una casualità, o qualcosa di più…?

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