Una lezione da Oscar

Da Oscar Washington Tabarez un messaggio di dignità, orgoglio, e coraggio

Sabato alle 20 il Fisht Stadium di Sochi ospiterà Uruguay-Portogallo, secondo match degli ottavi di finale in programma. A fari spenti, quatti quatti gli uruguagi si presentano all’appuntamento dopo aver infilato l’en plein di successi e non aver subito nemmeno un gol. Impressiona la facilità con cui si sono sbarazzati della Russia, uscita molto ridimensionata da un confronto reso imbarazzante. Meno scoppiettante la marcia di avvicinamento dei lusitani che dopo il pirotecnico pareggio al debutto nel derby iberico, hanno ottenuto una vittoria di misura sul Marocco e un pari sofferto contro l’Iran.

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Uruguay e Portogallo hanno caratteristiche per certi versi simili: subiscono poco, ed entrambe hanno la peculiarità di far giocare male e rendere la vita assai difficile a chi si trovano davanti. Scorbutiche, toste, ostiche, ma con picchi di qualità astrale in fase offensiva: la fantasia di Cristiano Ronaldo da una parte, Suarez e Cavani dall’altra. Ci sarà da divertirsi. Stelle a parte, Uruguay e Portogallo sono due squadre molto ben bilanciate che dell’equilibrio sul campo fanno la linea guida.

Mentre l’Uruguay è sempre rimasto fedele a tale credo,  il Portogallo lo ha fatto suo grazie al paziente e silenzioso lavoro dell’Ingegner Fernando Santos. Bello e perdente: questo era il karma portoghese. Santos lo ha rovesciato, sacrificando una buona fetta di estetica a tutto vantaggio di solidità e pragmatismo: «Non sono qui per giocar bene, sono qui per vincere» disse quattro anni fa presentandosi al suo arrivo sulla panchina lusitana. Ci fu chi lo prese per un pazzo eretico. La nazionale era reduce da un disastroso mondiale e aveva iniziato nel peggiore dei modi (clamorosa sconfitta in casa contro l’Albania) le qualificazioni ai campionati europei. Lui seppe invertire la rotta. Il trionfo all’Europeo francesi di due anni fa, non fu che il frutto di una rivoluzione culturale messa in atto da un uomo sobrio, compassato, di poche parole, ma evidentemente capace di toccare i tasti giusti.

Cinici e cazzuti gli uruguaiani lo sono invece sempre stati. È il loro DNA. In Brasile piangono ancora al solo pensiero del Maracanazo del 1950 quando Schiaffino e Ghiggia seppellirono i sogni di un intero popolo. Due titoli mondiali (1930 in casa e vent’anni dopo in Brasile), ben 15 titoli continentali in Copa America, e un Mundialito vinto a Montevideo nel 1981, quando ad arrendersi in finale alla “Garra Celeste” (e a qualche benevolo fischietto) fu il magnifico Brasile di Telè Santana.  Abbiamo ammirato talenti dalla classe cristallina. Tra i tanti, ne ricordiamo uno: “El Principe” Enzo Francescoli  si muoveva leggiadro sull’erba con la stessa eleganza  di un ballerino sul palco del Bolshoi. Luce per gli occhi di chi vi scrive.

L’Uruguay è storicamente, la più “tedesca” delle nazionali sudamericane. A nulla servono i piedi buoni se non metti cuore, muscoli, e attributi; la ricetta è più o meno questa. Diego Godin è a nostro avviso l’uomo che più ne incarna lo spirito. Grandi giocatori certo non mancano, ma sempre al servizio della squadra perchè la forza e l’organizzazione del collettivo sono l’anima della Celeste. Dopo un biennio tra il 1988 e il 1990, Oscar Washington Tabarez la guida dal 2006, quando fu chiamato a ricostruirla all’indomani della mancata qualificazione ai mondiali tedeschi. In Sudafrica arrivò terzo, quattro anni fa in Brasile uscì agli ottavi: nel mezzo la conquista della Copa America del 2011.

In Italia non ebbe troppa fortuna: dopo una buona esperienza a Cagliari, a Milano non mangiò il panettone: Berlusconi lo liquidò con una delle sue: «Tabarez? E chi è? Un cantante di Sanremo?». Tornato in Sudamerica, ripartì dal campionato argentino fino alla chiamata alla guida dell’Uruguay nel 2006. Ha vinto, ha perso,  si è sorbito critiche, ma la sua competenza e il suo carisma hanno messo tutti d’accordo. E così dodici anni dopo te lo ritrovi ancora lì al suo posto. Tabarez è un monumento del calcio uruguaiano; un maestro di calcio, un saggio anziano signore che a 71 anni non cede nemmeno alla malattia che progressivamente lo sta fiaccando.

In panchina va con la stampella; gli allenamenti li dirige su una macchinetta elettrica. «Resterò alla guida della Nazionale finché le forze me lo permetteranno e finché i giocatori mi seguiranno» disse quando la neuropatia gli fu diagnosticata. Il suo volto scavato e segnato dalla sofferenza sprigiona dignità, energia, e coraggio fino a commuovere. È uno dei messaggi più profondi di questo mondiale, una lezione di vita su cui meditare. Ecco perchè, indipendentemente da come andrà a finire Uruguay-Portogallo, noi tiferemo per lui.

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