TIRO-KROOS

Die Hard. Le sette vite dei tedeschi

Siccome lo abbiamo già fatto sin troppe volte in passato, Gary Lineker lo lasciamo tranquillo; inutile scomodarlo per la sua massima più celebre sul gioco del calcio, divenuta una sorta di Padre Nostro dei tacchetti. Tanto ormai lo sanno anche i sassi che alla fine vincono i tedeschi.

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Nel gioiello del catino di Sochi, serata dalla mille emozioni e dai machiavellici pensieri di noi italiani che i mondiali li viviamo sul divano. Diciamo la verità, ieri sera eravamo tutti libidinosamente svedesi; pur di vedere i tedeschi tornarsene a casa, abbiamo tifato e sofferto per coloro che a casa hanno tenuto noi. Saremmo stati persino disposti a sottostare al voto di un pellegrinaggio all’Ikea la domenica pomeriggio in compagnia dei rimproveri della moglie e degli starnazzi dei bambini, purché gli scandinavi la spuntassero. È andata male; o meglio, è andata come doveva, perché alla fine a vincere è stata la squadra più forte.

La Svezia l’ha impostata più o meno nello stesso modo con cui ci servì lo scacco matto lo scorso novembre a San Siro nella notte più dolorosa che il calcio italiano ricordi: catenaccio vecchia maniera, tutti a protezione del fortino dietro la linea della palla, e poi via di sano contropiede. Come se Nereo Rocco fosse nato e cresciuto dalle parti  di Gotegorg. Gambe, cuore, e polmoni. Calcio rudimentale, ma romanticamente arcaico e per questo in grado di suscitare scariche di emozioni figlie della sofferenza. Cose che conosciamo bene. Noi non ci siamo, ma di calcio all’italiana questo mondiale abbonda. Le piccole lo hanno a preso a manuale modello nel tentavo d’incastrare le grandi. Esempio ne è il 10-0 disposto dalla volpe Queiroz, con cui il suo coriaceo Iran ha fatto penare la Spagna. Lo avesse fatto anche Giampiero Ventura nella sciagurata notte di Madrid di un anno fa, forse avremmo scritto una storia diversa. Lasciamo perdere. Acqua, anzi spocchia passata e legittimo castigo.

La Svezia è andata a tanto così dall’impresa. Nel primo tempo, sotto costante assedio ha a lungo difeso e subito, ma quando le si è presentata l’occasione ha colpito in contropiede con una magistrale palombella di Toivonen, cognome che fino a ieri sera associavamo al mondo dei rally. Vedete, dai mondiali qualcosa di nuovo esce sempre. All’appello manca pure un rigore solare con tanto di espulsione di Boateng che da tergo ha mandato per le terre Berg a tu per tu non Neuer. Domanda: VAR, sta forse per Very Amnesiac Referee…?

Nella ripresa la pressione tedesca si è fatta sempre più insistente: raggiunto il pari con Reus, i panzer hanno continuato a spingere e a martellare senza pause nonostante fossero rimasti in dieci per l’espulsione di Boateng (sempre lui) per doppio giallo (nessuna compensazione, sia chiaro, per la svista arbitrale del primo tempo). Le occasioni fioccavano, sembrava che quel ragno di Olsen dovesse capitolare da un momento all’altro ma la sua porta pareva baciata da una buona stella per la disperazione di Low in panchina e la perfidia della nostra mal celata goduria davanti alla tv. Pali, salvataggi miracolosi, palloni fuori per centimetri. Un festival.

Altri sarebbero finiti con la testa all’aeroporto moscovita di Šeremet’evo per il check-in del volo di ritorno a casa e avrebbero prenotato per il lunedì mattina la seduta sul lettino dello psicanalista, non i tedeschi. Così si spiega il Tiro-Kross vincente all’ultimo secondo, che ha rimesso le cose a posto condannando la Svezia alle lacrime e noi alla frustrazione. Pur in ritardo, il mondiale della Germania è iniziato con una vittoria che vale doppio. Avviso ai naviganti: il cacciatorpediniere dell’ammiraglio Kanaris si aggira minaccioso per le gelide acque del Mar Baltico. In vista, si profilano guai seri per tutti.

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