L’ULTIMO TANGO

L’Argentina è ad un passo dalla clamorosa eliminazione. Ma giù le mani da Messi…!

Domenica Lionel Messi compirà 31 anni.  Avrà poca voglia di festeggiarli. Dopo la disfatta di ieri sera contro la fortissima Croazia, l’Argentina ha un piede e mezzo sull’aereo che la riporterà mestamente a casa. Una squadra vera ha fatto a polpette quella che una squadra non è. Sfilacciata, messa in campo senza una logica e nemmeno uno straccio di idea, l’Argentina è finita a brandelli non appena i croati hanno colto l’occasione per azzannarla. Così è finita.

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Responsabilità, enormi, di un allenatore, che al di là di un modo di presentarsi e porsi che genera imbarazzo (saranno pure fatti fatti suoi, ma se vai a rappresentare il tuo paese conciato in quel modo, qualche credito come minimo te lo bruci per strada) non solo non è stato in grado di dare una minima parvenza di gioco, ma, cosa ben più grave, con le sue cervellotiche e stravaganti teorie, ha aperto una profonda crisi d’identità nel gruppo tanto che ne avrebbe chiesto l’immediato allontanamento. Accreditata come una delle favorite, scopriamo un’Argentina brutta senz’anima, capace di fare più danni della femmina che tormentava e faceva impazzire Riccardo Cocciante.

In preda alla nevrosi, il pallone scottava maledettamente ogni qual volta capitava sui piedi tremolanti albicelesti. In tutta sincerità, in tanti anni non l’avevamo mai vista giocare così male. A protezione di un portiere inguardabile, mentre Fazio se ne sta misteriosamente in panchina, la difesa a tre composta da Marcado, Otamendi, e lo sciagurato Tagliafico è un colabrodo. In mezzo le cose non vanno meglio: Mascherano è l’ombra di ciò che fu, il resto è raccapriccio. Davanti è desolazione: con Icardi a casa, Higuain e Dybala a lungo in panca, ad Aguero non è praticamente arrivato un solo pallone giocabile.

La ciliegina sul disastro è Lionel Messi, l’uomo  più atteso e ora additato come la maggior delusione di questo mondiale. Il suo karma non lo trova certo in nazionale, con cui ha vinto solo un’olimpiade a Pechino nel 2008. Questo è il suo quarto mondiale, il terzo da protagonista. Un buon debutto in Germania nel 2006, malissimo in Sudafrica nel 2010, meglio quattro anni fa in Brasile quando trascinò la squadra in finale, salvo poi steccare clamorosamente contro i tedeschi.

Sebbene Messi sia il miglior marcatore della storia della Selecciòn, quando veste quella camizeta non è lui. Schiacciato dal peso della responsabilità e dall’eterno paragone con un altro numero 10 (il più grande di tutti), si chiude nel torpore e non riesce più ad uscirvi. Ieri sera vagava incupito e disperso per il campo che gli sarà parso una steppa desolata senza fine. Era bianco come uno straccio, quasi avvertisse una crisi di panico. Il suo pallore tradiva lo stato d’animo di chi vive giorni difficili, quelle fasi della tua vita dove nulla di ciò che sai fare ti riesce, stenti a ritrovarti e a riconoscerti, e ti aggrappi a tutto purché non sia così. E invece è così. I fotogrammi proponevano il dramma di un campione perché, suonerà strano, anche i campioni sono esseri umani con le proprie debolezze.

Se l’Argentina, come molto probabile, uscirà dal mondiale, la prossima partita con la Nigeria (con o senza Sampaoli in panchina) potrebbe essere l’ultima di Messi in nazionale. Una storia, più che incompleta, forse mai davvero iniziata. Leo ha lasciato il suo paese quando era poco più che un bambino. Barcellona gli ha ridato una vita e la possibilità di scrivere pagine leggendarie. Molto leggiamo sui suoi lauti guadagni e sui suoi guai col fisco spagnolo, mai invece qualcosa sul suo impegno nel sociale attraverso la Fundaciòn Leo Messi a sostengo dei bambini indigenti, e sul suo ruolo di ambasciatore Unicef. In queste ore c’è chi sui social si lancia in anatemi e sfottò di ogni genere al suo indirizzo. Disciplina dove si segnalano eccellenze firmate da autentici fuoriclasse di quel webetismo denunciato a più riprese da Enrico Mentana.

Vogliamo chiudere ricordando solo una cosa: molto frequentemente sentiamo parlare con nostalgica ammirazione del calcio che fu, e non è più se non di rado. Ecco, se c’è un interprete di quella fiamma di magia è proprio Leo Messi. Lui è la freschezza del calcio che rimpiangiamo e che grazie alle sue prodezze possiamo ancora respirare. Più di Ronaldo (perchè diverso, non più bravo), Messi è l’emozione di una serpentina col pallone incollato ai piedi, nei vicoli, nelle piazzette, negli oratori, nella polvere dei campetti. Non chiede microfoni e telecamere,  dategli piuttosto un pallone. Una volta ha dichiarato: «La parte più difficile di una partita? Le interviste». Se il suo futuro sarà con la sola maglia blaugrana di chi lo ha adottato, pazienza.  Anzi, a questo punto ci spingiamo oltre e glielo auguriamo proprio. Noi tanto, continueremo ad amarlo lo stesso.

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