LODE AL CALCIO ALL’ITALIANA

La vittoria della Juve a Napoli, una perfetta riedizione del  Catenaccio

Gary Lineker, uno che in campo regalava perle a suon gol, è un tipo così generoso da offrirne altre anche fuori dal rettangolo di gioco “il calcio è un gioco molto semplice; si gioca su un prato in 11 contro 11. Di solito va a finire che vincono i tedeschi” disse un giorno. Ecco, in Italia il concetto va traslato su misura della Juventus. Napoli-Juventus era la grande sfida tra la squadra prima in classifica e più spettacolare del nostro calcio, e quella più pragmatica e tradizionalmente vincente. Nello stesso giorno a Mosca andava in scena il sorteggio dei gironi per il mondiale di giugno, da cui il nostro mondo del/nel pallone è rimasto escluso. Forse un po’ di strada l’avremmo pur fatta, molto più verosimilmente no, chissà. Vabbè dai, tanto finché noi ne discuteremo al bar, i nostri eroi dell’arte pedatoria saranno a consolarsi in dolce compagnia esibendo pettorali adornati di pitture Maori nei tornei di beach volley sotto il sole cocente delle spiagge di Milano Marittima e Riccione.

FBL-ITA-CUP-NAPOLI-JUVENTUS

Veniamo a noi. Napoli-Juventus è stato il manifesto di cosa significhi il calcio all’Italiana. Gianni Brera, il più grande di tutti, che lo amava nelle viscere e ne fu il primo cantore, avrebbe goduto. Il catenaccio ci appartiene, è nelle nostre corde, nel nostro DNA. E’ la nemesi storica di ciò che eravamo e che ci consente di capire meglio ciò che oggi siamo. La strenua difesa e il contropiede non rasentano che l’eroica resistenza sulla linea del Piave dopo la disastrosa ritirata di Caporetto. Resistere! Resistere! Resistere! Tenere duro e saper saper soffrire per riorganizzare la sortita quando il momento si fa propizio. C’è qualcosa di omericamente odisseo in tutto questo; una ricetta agrodolce fatta di eroismo e astuto opportunismo, normale ci affascini e alla fine ci esalti. Quando il nostro calcio ha vinto qualcosa, lo abbiamo fatto in pieno rispetto dei tre comandamenti dell’Italian Job (viene molto prima del Job Act) ; primo, non prenderle; secondo, se ti distrai ti frego; terzo, se rubo, l’è istèss. Diversamente, non avremmo compiuto imprese epiche come quelle del 1982 o del 2006 (seppur con diverse sfumature: la prima fu mero atto d’eroismo). Ogni qual volta abbiamo ammiccato a fascinose alchimie e rivoluzioni tattiche, abbiamo mentito a noi stessi (sappiamo farlo molto bene) finendo il più delle volte legittimamente cazziati e mazziati. Che ne dica lui, persino quel zonista talebano di Arrigo Sacchi ai mondiali americani del 1994 dovette ricredersi: senza una difesa d’acciaio e le magie di Baggio, coi cavoletti di Custoza sarebbe arrivato in finale…! Incredibile che la modesta Svezia ci abbia spedito a calci nel sedere fuori dal mondiale usando quelle che un tempo erano tradizionalmente le nostre armi migliori.

Di fronte al calcio profetico di Sarri, Allegri a Napoli deve averne fatto tesoro. Ha vestito la sua Juve degli abiti della provinciale e affrontato la partita dell’anno con una grande dose di umiltà. Ha messo i suoi pazientemente dietro a difesa della linea del Piave e quando se n’è presentata l’occasione li ha lanciati al contrattacco andando a colpire con il suo primo cavaliere (avesse ancora Higuaìn, molto probabilmente l’avrebbe spuntata Sarri). Il Napoli ha fatto di più, ha costruito molto, creato molto, ricamato molto, arzigogolato molto, ma in sostanza ha fatto molto per portare a casa nulla. Capitò al Brasile di Telè Santana, figurarsi al buon Maurizio Sarri. Ci sono tornati a mente i tempi della scuola, quando non ci volle molto a capire che un tema di dieci pagine non era un motivo valido per prendere 8. Poteva benissimo bastare un testo succinto, essenziale, ben redatto e strutturato oltre che sufficientemente ricco di contenuti. Il successo della lingua inglese nel mondo si deve alla sua praticità, alla capacità di utilizzare dieci parole, quando noi ne scomodiamo quarantacinque per dire la stessa cosa. Se la guardiamo invece attraverso le confessioni, tutto si ribalta: la linearità e il basso profilo del calcio all’italiana è una forma di protestantesimo che fa da contraltare agli sfarzi del cattolicissimo Tiki-Taka. Siamo il paese dei papi, ma nel calcio vinciamo strizzando l’occhio a Lutero e Calvino. D’altronde che da noi il calcio sia una religione, è risaputo. Per vincere una partita siamo pronti a tutto; lo diceva pure Winston Churchill. Possiamo essere Macchiavellici persino nella fede, se serve. Poi una volta tornati a casa, due Ave Maria prima di coricarsi e tutto torna come prima. Amen.

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