CAPOLINEA ALLA LEOPOLDA?

Il Granduca di Toscana la fece costruire in suo onore come stazione di capolinea. Proprio quello in cui rischia di trasformarsi oggi per il PD.

Perdonate l’ignoranza, ma quando nel 2010 sentimmo parlare di Leopolda pensammo a qualche perla in cineteca firmata dalle sinuose e prosperose curve di Edwige Fenech. Capimmo, ahinoi, presto che l’eroina dei nostri tormentati sogni adolescenziali non c’entrava nulla. La Leopolda è la stazione ferroviaria di capolinea che nel 1848 il Granduca Leopoldo di Toscana fece costruire a Firenze in suo onore. In quello stesso anno, a ridosso del centro città venne inaugurata la stazione dedicata alla moglie del Granduca, Maria Antonia di Borbone, che sarebbe diventata l’attuale scalo di Santa Maria Novella. Il derby ferroviario lo vinse la moglie; la Leopolda rimase in vita appena dodici anni e chiuse i battenti nel 1860. Oggi è uno degli spazi più duttili della città gigliata, con il grande vano dell’ex officina usato di volta in volta per manifestazioni ed eventi di varia natura.

Stazione-Leopolda-Firenze

Torniamo al 2010: era novembre quando la Leopolda ospitò l’incontro Prossima Fermata Italia, un seminario politico voluto e lanciato dall’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi e il consigliere regionale lombardo Filippo Civati. Ricordate? Erano i giorni dei cosiddetti “rottamatori”, di coloro che chiedevano a gran voce un rinnovamento della classe dirigente del Partito Democratico. La storia è nota: da quei binari partì l’inarrestabile ascesa di Matteo Renzi, che lo portò negli anni successivi ad assumere la guida del partito, e successivamente quella del governo.

Ma non solo: spostando progressivamente l’asse del PD verso il centro, la spinta di Renzi ha finito per soffocare sempre più all’angolo i volponi della vecchia classe dirigente, D’Alema e Bersani in testa. Alla fine se ne sono andati: sotto quest’aspetto possiamo asserire che l’azione di rottamazione sia perfettamente riuscita, o almeno fino al referendum costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, quando Renzi si giocò tutto. Gli andò decisamente male, le urne ribaltarono il suo All In in un All Out. Trasformare quel referendum in un plebiscito fu un boomerang clamoroso. Uscito di scena, dopo pochi mesi è ritornato in sella al partito attraverso le primarie. L’azione di rottamazione in questi mesi è ripartita così forte e decisa da investire tutto il PD, non solo una parte di esso.

Per nemesi storica, la sinistra è costretta da sempre a fare i conti con le proprie ataviche divisioni. Da sempre una chimera, l’unità si è ancora una volta sfaldata e oggi il campo progressista si presenta come una galassia. Il co-fondatore della prima Leopolda, Pippo Civati, dopo mille tentennamenti ha sbattuto la porta e si è unito alla sinistra radicale di  Nicola Fratoianni e Nichi Vendola in Sinistra Italiana. I rottamati D’Alema e Bersani hanno dato vita alla scissione costituendo il nuovo raggruppamento Articolo 1-MDP. Di questi, nel PD è rimasto il solo Gianni Cuperlo, che tuttavia ogni giorno il mal di pancia rende più pallido. In fondo, Renzi ha avuto ciò che cercava e voleva.

Non ha fatto tuttavia i conti con un dettaglio. Il Rosatellum è passato, sia pur a sofferti colpi di fiducia. La nuova legge elettorale, favorisce e suggerisce le unioni piuttosto che le divisioni, in quanto premia chi riesce a presentarsi al voto con una proposta di coalizione. Berlusconi, che avrà mille difetti, ma alla fine è ancora il più furbo e sveglio di tutti, lo ha capito prima di chiunque altro. Lui la coalizione ce l’ha, gli altri no. Non a caso il grande favorito alle prossime elezioni di primavera è ora il centrodestra. Se la Corte di Strasburgo gli darà ragione, il Cavaliere metterà a segno un capolavoro, forse il più bel colpo della carriera: glielo riconosce persino Eugenio Scalfari, che certo suo amico non è.

Messi alla porta i rottamati, il PD è solo. Se guarda alla sua destra, trova Alfano (forse sarebbe meglio perderlo che trovarlo); se guarda a sinistra rischia di perdersi in una ginepraio. Renzi deve aver sentito il prurito salire e ha allora chiesto al gesuita Piero Fassino di vestire i panni del ministro degli esteri sovietico Gromiko mandandolo ad esplorare le costellazioni dei fuorisciuti: scontato abbia ricevuto solo picche. Il cinico Severus Piton in Harry Potter, alias il perfido D’Alema, deve aver goduto sotto i suoi baffi maligni nel trovarsi davanti il suo vecchio compagno con il cappello in mano. Per il povero Fassino abbiamo provato sincera pietà. Al tramonto della carriera, quest’umiliazione Renzi poteva pure risparmiargliela.

A sinistra, l’unico che potrebbe ancora salire sul treno elettorale del leader del PD dovrebbe essere l’ex sindaco di Milano Pisapia, purché abbia finalmente deciso cosa fare da grande. In ogni caso, non sarà una gran dote. Oggi intanto parte l’ottava Leopolda, battezzata L8-In/Contro: negli intenti dovrebbe essere una stazione di partenza ma, visto come stanno le cose, per uno scherzo del destino rischia di tornare ad essere ciò per cui il Granduca Leopoldo la fece erigere: una stazione di capolinea. L’unico a godersela e ridersela sarà allora il Cavalier Silvio Berlusconi da Arcore. Il dramma per la sinistra è che non sarebbe né la prima né probabilmente l’ultima volta. E questo come destino, lasciatecelo dire,  è già abbastanza crudele.

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