SE NON E’ L’ARENA, E’ LA CROCE ROSSA

Giletti campione di cinico killeraggio mediatico

Se Non è l’Arena, è allora sulla Croce Rossa che si spara. Se crivellare di colpi quel che rimane del cadavere politico di Gianfranco Fini non è questo, cos’altro sarebbe? Vogliamo definirla una forma di accanito killeraggio mediatico? Se non esattamente questo, diciamo che ci siamo parecchio vicini. Fini, tristemente ridotto da tempo a mozzicone, ieri sera stato definitivamente incenerito nel portacenere populista di Non è L’Arena. Vero che la sua caduta iniziò con l’abiura del Berlusconismo, tuttavia l’ex delfino di Almirante non reciti la parte della vittima: i Tullianos se li è scelti lui. All’indomani della trasmissione, lo studio de La7 da cui Massimo Giletti è ripartito in cavalleria dopo il siluramento subito dalla Rai la scorsa estate, odora ancora di polvere da sparo.

massimo-giletti

C’era molta attesa per il ritorno sulla scena del fascinoso anchorman sciupafemmine (una era ospite in studio, e lui le si rivolgeva dandole marcatamente del Lei con i toni di un buon piemontese falso e cortese qualsiasi). Sebbene i dati degli ascolti lo premino (8,9% di share con due milioni di telespettatori),  questo non c’impedisce di esprimere tutto il nostro ribrezzo per come il programma è stato impostato. A condurlo erano livore, risentimento, e sete di vendetta. Questo è ciò che sopra ogni cosa, anche a scapito della notizia stessa, è passato dallo schermo al salotto. Eppure la notizia c’era eccome, lo scoop era bello grosso: l’arresto del cognato di Fini a Dubai per via dei fattacci collegati alle malefatte della famiglia Tulliani, e la prova che l’ex Presidente della Camera mentiva quando sosteneva di non esserne a conoscenza e di essere quindi stato raggirato da quegli avvoltoti dei suoi stessi famigliari, non sono robetta di poco conto. Che il teorema difensivo traballasse lo si era capito già da tempo, ieri è crollato miseramente. I dettagli della vicenda, sono ora noti e ognuno si potrà elaborare una propria idea. Non va dimenticato che il losco intrigo è però sotto la lente della magistratura e ad essa spetterà il giudizio.

La sentenza politica è stata invece emessa da tempo: Gianfranco Fini non esiste più. Gilletti, che per sua stessa ammissione voleva dimostrare di essere un giornalista con gli attributi e dare così uno smacco a chi lo scorso giugno lo mise senza tanti complimenti alla porta, si è letteralmente scatenato. Si è servito dei detriti di Fini per sentirsi persino più forte di quei due del Washington Post che tanti anni fa infinocchiarono Nixon al Watergate. Il nostro Massimo, si è fatto un po’ prendere la mano e ha inscenato un processo in contumacia (Fini ovviamente non c’era) con tanto di testimone d’eccellenza Guido Paglia, ex finiano di ferro e personale amico del leader della destra italiana, oltre che ex dirigente Rai. Ieri sera Paglia ha denunciato che durante il suo periodo a Viale Mazzini ricevette forti pressioni da Fini per aprire i cancelli del cielo alle rampanti ambizioni del cognatino. Paglia rifiutò con sdegno; ci rimise amicizia e carriera.

La vendetta è una polpetta avvelenata da servire fredda e ieri Guidone l’ha imbucata nell’etere per farla arrivare nelle case degli italiani. Domanda: perché ha aspettato tutto questo tempo per sputare il rospo, quando avrebbe potuto benissimo farlo prima e dare così un miglior servigio alla chiarezza? Questo ovviamente non lo dice, ma la risposta è semplice: in quello studio giaceva come una mummia il fantasma di Gianfranco Fini. Accanirsi su di esso, è stata la più perfida e la più sadica delle godurie. Un piatto troppo ghiotto per rinunciarvi. E il buongusto allora? E chi se ne frega, tanto quello, se mai c’è stato, è svanito nei titoli di coda da un pezzo in una tivù in bianco e nero. Forse qualche traccia la potete ancora trovare smanettando qua e là su Youtube ma sappiate che alimenterà in voi nient’altro che nostalgia e rimpanto per ciò che fu e non è più. Così va il mondo.

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