GIGI, L’ELETTRAUTO DI AVELLINO

Di Maio sfida Renzi a duello, salvo poi non presentarsi. Un boomerang

Provo a metterla così e vi chiedo: gli appuntamenti fissati in agenda e la puntualità hanno ancora un valore, o le buone maniere non sono ormai che un reperto archeologico spazzato via dalla bora del nuovo che avanza? In molti, troppi per i miei gusti, hanno visto nel dietrofront di Di Maio nei confronti di Renzi, una diabolica strategia di comunicazione politica escogitata al fine di svuotare di ogni accezione e mettere a nudo la pochezza di un avversario politico in piena crisi e mai così in basso. A parte che, come mostra il caso del recordman De Luca (stava sulla lista degli impresentabili di Musumeci ed è già agli arresti a nemmeno 48 ore dalla sua elezione), in Sicilia il sistema è talmente paradossale che le elezioni è meglio perderle e starsene all’opposizione al riparo da sconvenienti frequentazioni, la mossa bizantina di Di Maio non sembra aver sortito gli effetti desiderati, ma anzi ne ha prodotto l’esatto contrario come il volteggio di un boomerang che ti si ritorce contro.

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Dal 4 dicembre scorso, quando l’esito del referendum si rivelò una bocciatura in tronco, Renzie Il Figo non ne ha azzeccata più una. La luna di miele con gli italiani e la freschezza dell’aria pulita sono solo un lontano ricordo. Il suo PD perde città, regioni, e consensi, versa lacrime sull’ennesima scissione di una storia infinita di divisioni, e in vista delle prossime elezioni di primavera si trova da solo a remare in mezzo a un canyon con il solo Alfano (sai che roba) quale friabilissima sponda. Insomma, sono giorni difficili per Arthur Renzarelli da Pontassieve. Più che una visita a Obama, gli suggerirei un cheeseburger da Arnold’s a Millwakee: magari lì, ci sono ancora Ricky Cunningham, Potsie Weber, Ralph Malph, e soprattutto lui, Fonzie, quello vero che accende il jukebox con un tocco magico, e non la sua controfigura in pappa al pomodoro. Qualche prezioso consiglio per ritrovare la smarrita via glielo potrebbe ancora dare.

Detto questo, la vera magia l’ha firmata il supponente maghetto Gigi Di Maio, uno di quelli che dell’alto della sua nana boria si erge a primo della classe. Sul ring di Floris, orfano del suo avversario, Matteo Renzi ha bucato il video: 9% di share e oltre due milioni di telespettatori. Doveva essere il suo funerale politico, ed invece se n’è uscito dagli studi de La7 come Lazzaro. Incalzato su più fronti, ha mostrato vitalità e sicurezza nel ribattere e rilanciare punto su punto agli affondi di interlocutori certo non accomodanti. Si può condividere o meno ciò ce fa e dice, ma è indubbio che la serata si sia trasformata in un autentico trionfo per il leader del PD. Gliene ha reso omaggio persino Vittorio Feltri, non certo un suo amico, che su Libero ha titolato: “PER STENDERE RENZI BISOGNA SPARARGLI”.

Se Lazzaro sarà Fenice è presto per dirlo; diciamo che intanto il velivolo è uscito dall’hangar. Merito di chi le ali voleva tarpargliele una volta per tutte e affossarlo. Di Maio ha dato un pessimo segnale: ha prima provocato, salvo poi ritrarsi. Dal confronto sarebbe probabilmente uscito menomato; ha giocato allora a fare il furbo, ma gli è andata decisamente male. Un tempo non presentarsi a duello era considerato un disonore: pensate che non serviva nemmeno tirare le cuoia. Se lo sfidato moriva prima del duello, si chiamava un medico a verificare che il decesso non fosse stato causato dalla paura. In tal caso, il giudice decretava vincitore il sopravvissuto. I tempi sono così cambiati che oggi a non farsi vedere è addirittura lo sfidante. Matteo Renzi, nel momento più basso della sua parabola, non solo ringrazia, ma ricarica inaspettatamente la batteria grazie all’intervento di un validissimo elettrauto, tal Luigi di Maio, 31enne di Avellino, uno di quelli che ha la presunzione di sapere sempre come si fa.  Stavolta gli ha detto male: rianima le batterie degli altri, ma lascia a zero ampere la sua. Grave e greve errore.

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