LA LEZIONE EMILIANA

La Regione Emilia Romagna ottiene a costo zero, ciò che  a veneti e lombardi costa complessivamente 64 milioni di euro

Il presidente della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ha l’aria di essere uno che bada al sodo. Parla poco e le cose le fa. Poche comparsate televisive, poche interviste, zero concessioni a proclami e propagande. Trattandosi di un politico, vien da pensare venga da Ork come Mork, e invece è un padano di Modena. Lontano dai riflettori, ieri Bonaccini era a Roma, dove con il Presidente del Consiglio Gentiloni ha siglato a Palazzo Chigi una dichiarazione d’Intenti che formalizza l’avvio del percorso per il riconoscimento di maggior autonomia all’Emilia Romagna. Il tutto a costo zero. Val la pena di ripetere e sottolineare, ZERO. Lo scorso 3 ottobre il consiglio regionale gli aveva dato mandato attraverso una risoluzione. Soddisfatto, prima di far ritorno a casa ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Può anche darsi si tratti di qualche miliardo, ma non mi avventuro in una discussione che potrebbe essere roboante, come sta avvenendo da altre parti vicino a noi, perchè quei numeri che ho letto non verranno mai concessi da nessuno”.

bonaccini-gentiloni

Tirati in ballo, Maroni e Zaia non hanno proferito verbo. Sarebbe tuttavia quantomeno curioso conoscere i pareri del Doge di Conegliano e di Bobo il varesotto. Entrambi le cose le hanno impostate diversamente. Hanno infatti imboccato la via referendaria chiamando veneti e lombardi alle urne. Se in Veneto il costo dell’operazione è di 14 milioni, in Lombardia, i Paperoni hanno fatto le cose in grande e arriveranno a spenderne quasi 50. Poi magari da quegli stessi pulpiti arriveranno sermoni sugli sprechi. Al momento opportuno, sarà bene ricordarlo. Tuttavia se Milano piange, diciamo che Venezia non ride. Nonostante, come del resto Bonaccini, avesse il via libera del Consiglio Regionale, Zaia ha deciso di chiamare i cittadini al voto. In soldoni, spendiamo 14 milioni per fare le stesse cose che l’Emilia-Romagna fa a zero euro. Un affarone. Tutto però ha un prezzo, soprattutto in politica.

Il referendum leghista è un disegno preciso, un piano orchestrato in accordo con Matteo Salvini. In vista delle elezioni della prossima primavera, la partita all’interno della coalizione di centrodestra è apertissima. In tre reclamano lo scettro: quel che resta dell’highlander Berlusconiano, la pasionaria della Garbatella Meloni, e la ruspa Salvini per l’appunto. La consultazione referendaria è lo strumento tramite il quale il Carroccio può mostrare i muscoli, la prova di forza utile a portare a casa la dote più ambita, vale a dire la candidatura di Salvini a Palazzo Chigi. Veneti e lombardi, verso i quali il Grease Zaiota e la volpe Boba spendono mielose parole d’amore, non sanno che in realtà si sta giocando, sulla loro pelle e sulle loro tasche, una subdola partita a poker. La Lega ha governato per quindici anni il paese potendo contare su maggioranze schiaccianti. Della promessa federalista non restano che i bla-bla; meglio, se vogliamo, è andata con i diamanti di Belsito e la prestigiosa laurea del Trota a Tirana. Domenica i cittadini andranno entusiasti a votare: tra qualche mese, quando scopriranno il bluff, saranno già belli che fessi e fottuti.

L’esito della consultazione è scontato. Da stimare rimangono solo le proporzioni. Diciamo che un risultato al di sotto del 65% non verrebbe salutato come un successo. Sopra, Salvini salirà in groppa alla tigre. Oltre che l’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini presiede anche la Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome, l’organismo politico di coordinamento tra i governatori delle regioni italiane. In un paese normale, avremmo guardato con estremo favore a un’azione congiunta dei presidenti regionali atta a chiedere e negoziare in blocco con il governo centrale il conferimento di maggior autonomia. I sogni son desideri: ciò che era consentito a Cenerentola, non lo è agli italiani. Niente da fare, quindi: ognuno va da sé e fa per sé. Da noi, gli egoismi della politica di mera bottega vincono sempre. Inutile aspettarsi altro.  Zaia e Maroni avrebbero benissimo potuto accodarsi lungo il percorso tracciato sulla Via Emilia, ma il loro obiettivo è un altro: far lievitare il consenso per rinforzare la candidatura di Salvini a Premier. Presto ci accorgeremo che quella è la vera partita che stanno giocando su di noi. Domenica allora, il loro bel referendum i leghisti se lo facciano e se lo celebrino da soli.  Auguri e autonomie maschie. Per quanto ci riguarda, la nostra domenica è quella del derby tra Chievo e Verona. Ci basta e avanza. Fine della storia.

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