IN VIAGGIO CON PAPA’

 Di padre in figlio: ai Di Battista farebbe bene una vacanza

Come il celeberrimo tonno in scatola noi italiani siamo insuperabili. Non bastava il Rosatellum? E che problema c’è… regaliamoci pure il bis. Atteso al varco dalle forche caudine del Senato, il disegno della nuova legge elettorale ha intanto passato il primo ostacolo, l’approvazione della Camera. Come da tradizione, ne è venuto fuori un pandemonio. A scatenarlo, la decisione da parte della maggioranza di governo di porre la fiducia. In passato era accaduto tre volte: nel 1923 sotto il fascismo, nel 1953 con De Gasperi, e due anni fa con l’Italicum dello stesso Renzi. Da sempre le leggi elettorali fanno gridare qualcuno allo scandalo. Non ne ricordiamo una che abbia reso tutti felici e contenti. Di fonte al Porcellum di Calderoli, si levarono urla e scudi, poi successe che le elezioni le vinse l’Ulivo  e nessuno obiettò più nulla. Se il prossimo anno succedesse la stessa cosa ai Cinquestelle, che diranno allora i vari Di Maio, Di Battista, Fico, e la pasionaria Taverna….? Benedettum sia lodatum il Rosatellum (per di più bis)…?

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Lontana da qualsiasi forma di perfezione, è fuori discussione che una legge elettorale servisse al paese. Il rischio di chiamare gli italiani alle urne con due sistemi di voto diversi, uno per la Camera, e uno per il Senato, era tanto evidente quanto pacchiano. Un risibile pastrocchio che si è cercato di evitare, colpevolmente, solo in extremis. Un tackle disperato: “Difensore scivoloso, difensore pericoloso” ripeteva Carletto Mazzone. Il Rosatellum non piacerà nemmeno a lui, perché al pari di un’entrata in scivolata in area di rigore, è un frutto acerbo generato da un albero piantato in tutta fretta e sotto l’ansia della paura. Fretta, perché gli italiani non sanno ancora con che sistema di voto andranno alle urne la prossima primavera; paura, perché la maggioranza temeva di essere impallinata dalle opposizioni nell’imboscata del voto segreto. Il precedente è una ferita ancora aperta. Quando pareva essere stato raggiunto un accordo, a giugno i Pentasellati fecero saltare il Tedeschellum, che prevedeva uno sbarramento al 7%. Detto che sarebbe sicuramente meglio del 3% in vigore nel Rosatellum Bis, il governo ha sentito odore di bruciato, non si è fidato, e ha quindi preso tutti in contropiede giocando la carta della fiducia. Con un colpo di mano, che non necessariamente equivale a un gioco da villano, la maggioranza ha deciso di non rischiare la bocciatura che avrebbe portato alla sua caduta. La cosa ovviamente non è piaciuta ed è andata di traverso a più di qualcuno.

Le reazioni sono state legittime, ma come sempre scomposte. Evocare cose come il ritorno al fascismo o la democrazia in pericolo è una colossale e strumentale sciocchezza, già vista e sentita del resto più volte in passato. Ricordate i girotondi? Non li fanno nemmeno più i pargoli al campo giochi. Di Battista ne ha cantate di tutti i colori ai quattro venti. E’ finito per essere trascinato dal vento nell’angolo sbagliato della piazza, dove stavano quelli del Movimento dei Forconi che, guidati dal Generale Antonio Pappalardo, le hanno cantate a lui. Diciamo che non è andata benissimo. Finita qui? Macché. Il bello è venuto infatti il giorno dopo. Al padre di Dibba sono girate le scatole e se l’è legata al dito. Il signor Vittorio, che fascista lo è per davvero, ha meditato la sua vendetta; suo figlio è uno che deve piacere a tutti, e gli insulti che si è beccato sono un vile atto di lesa maestà. L’onore della famiglia va difeso prima di tutto.

Il cognome del generale, deve avergli ricordato il motivetto del Pappalardo canoro, Adriano, ricordate? “Io non posso restare, seduto in disparte, né arte né parte…” cantava il focoso energumeno salentino. Puntualmente, il signor Vittorio non se ne è stato in disparte, e ha preso la questione di petto andando a regolare i conti in piazza col Pappalardo sbagliato. Non indossava il fez, la camicia nera, gli stivaloni, non brandiva il manganello e una boccia di olio di ricino, ma gli avrebbero calzato a pennello. Il derby populista è terminato a insulti, gomitate, spintoni, come si conviene alle taverne dei peggiori bassifondi della Suburra. Anziché cavarsela con una tiratina d’orecchie al padre, Di Battista junior ne ha preso le parti e ne ha tessuto l’encomio non trovando di meglio che tirare in ballo il babbo di Renzi (che c’entra, Dio solo lo sa). Avrebbe fatto meglio a soprassedere e far ragionare papà nel riserbo delle mura domestiche. Di padre in figlio, di figlio in padre. Il quadretto di famiglia ne esce un po’ sbiadito. Urge una pausa di riflessione. Consigliamo ad entrambi di prendersi una breve vacanza e concedersi un bel viaggetto, magari sullo scooter di Alessandro. Lo fece Alberto Sordi in auto col figliolo Carlo Verdone. Farebbe bene anche ai due Dibba.

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