NON SARA’ UN’ (AV)VENTURA

La crisi della nostra Nazionale ha radici profonde

Avvilente. Tra i tanti aggettivi scomodati in queste ore, ci pare il più appropriato per descrivere lo stato in cui versa la nostra Nazionale di calcio. Se per un po’ siamo riusciti a mescolare le carte e tirato a campare, i tre ceffoni del Bernabeu e le figuracce rimediate con Israele e Macedonia ci hanno inchiodato all’amara realtà. La verità è che mascheriamo da tempo la nostra mediocrità. La storia è fatta di cicli e si ripete, ma la genesi di questa involuzione ha radici profonde, e differisce dal passato.

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Gli anni cinquanta furono un periodo di boom per il paese e di carestia per il pallone. Orfano del Grande Torino, il nostro calcio dovette inventarsi una nuova squadra nazionale ripartendo da zero. Furono anni bui che toccarono il fondo con la mancata qualificazione al mondiale svedese del 1958. Al capezzale si avvicendarono medici e stregoni ma dovemmo passare tra le forche coreane di Middlesbrough e attendere fino a metà degli anni sessanta per rialzare finalmente la testa. Ferruccio Valcareggi, non un mago, ma un uomo guidato da buon senso, ebbe la fortuna di trovarsi a condurre la nidiata buona, quella dei Messicani, di Rombo di Tuono, del Golden Boy, del Baffo, del Giacinto Cipelletti, del Bonimba, e via dicendo. Fu mitologia del pallone. Terminato quel ciclo ai disastrosi mondiali tedeschi del 1974  toccò a Enzo Bearzot e Fulvio Bernardini occuparsi del nuovo corso. Seguirono almeno due anni di pene e dolori, che ci videro esclusi dagli europei del 1976; ma alla fine i risultati arrivarono eccome. Rimasto solo, il Vecio riuscì nell’intento di ridare dignità alla nostra Nazionale cementando un gruppo di campioni che solo a nominarne oggi qualcuno ti si accappona la pelle. Nel 1978 arrivammo quarti al mondiale desaparecido argentino dove ci facemmo ammirare per i lampi di bel calcio espresso. Quattro anni dopo, Dino Zoff sollevò al cielo la Coppa del Mondo nella memorabile notte del Bernabeu. Fu di nuovo mitologia del pallone. Che tempi…

Gli anni cinquanta e settanta rappresentano le due maggiori crisi nella storia della nostra Nazionale. La prima ebbe origine nella sventura della tragedia di Superga  e su quelle ceneri si trascinò per più di un decennio, la seconda fu lo scotto da pagare al passaggio di un cambio generazionale. In entrambi i casi il nostro calcio seppe risollevarsi. Oggi le cose stanno diversamente. Dalla notte di Berlino (altra mitologia de pallone) sono trascorsi dodici anni. Se agli Europei del 2012 e 2016, abbiamo tutto sommato ben figurato, non va dimenticato che siamo reduci da due mondiali disastrosi ed umilianti. Se andremo in Russia, passeremo dalla porta di servizio. Più che di cambio generazionale è oggi il caso di parlare di crisi di sistema. Le nostre squadre di club sono multinazionali infarcite di stranieri (i brocchi nemmeno si contano più), i nostri giovani stentano a trovar posto e crescere. Molti se ne vanno all’estero (succede ai ricercatori, figurarsi agli attori della nobil pedata), pochi vi trovano fortuna. Buona parte della nostra attuale squadra Nazionale, siede in panchina con i rispettivi club di appartenenza. I celebri centri federali del modello tedesco, rimangono da noi chimere per elucubrazioni in politichese, progetti che chissà quando troveranno realizzazione. Di questo passo, aboliremo prima le province. Come da costume tipicamente italico, il sistema distoglie lo sguardo e si autoreferenza. Da anni non perdiamo occasione di tessere lodi ed elevare al rango di campioni, buoni giocatori per carità, ma nulla più.

Alla resa dei conti, lo scorso settembre ci siamo presentati a Madrid gonfi di pretese, e ne siamo giustamente usciti scornati con le ossa rotte. Ventura ci mette del suo con cervellotiche idee che puntualmente finisce col rimangiarsi. Dispiace sottolinearlo, ma ci pare che oltre alla bussola stia perdendo pure il polso. Nemmeno Antonio Conte aveva a disposizione fior di talenti, ma nello spogliatoio coltivava rabbia e orgoglio. Anche la sua era un’Italietta, ma si faceva apprezzare per i valori caratteriali. Quando non lo possono fare i piedi, la differenza la fanno testa e cuore. Giampiero Ventura è un uomo perbene, persona seria e onesta, ma non si registrano scosse telluriche quando brontola nello spogliatoio. Che questa sia una Nazionale molto debole lo sanno anche i gradoni degli stadi dove esibisce gli orrori; ciò che più preoccupa è che se non riesce a supplire ai limiti tecnici con l’anima, rischia di sciogliersi come la neve di aprile sui pendii alpini. Il CT ripete che, se andremo in Russia, sapremo ritagliarci il ruolo di sorpresa. Già, prima però pensiamo ad andarci. Visto l’aria che tira, al momento sarebbe già qualcosa. No, non sarà un'(av)Ventura.

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