DALLA RAGIONE AL TORTO

La Spagna nel caos istituzionale

Come passare dalla ragione al torto. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ne ha dato un saggio domenica nella turbolenta giornata di Barcellona. Già più volte in passato la Generalità Catalana aveva bussato alla porta di Madrid ricevendo però in tutta risposta picche. Il governo spagnolo ha infatti a più riprese dichiarato incostituzionale il referendum sull’indipendenza della Catalogna. Nessuna concessione oltre l’autonomia. Già nel 2014, i catalani ci avevano provato con il voto sull’indipendenza tramite una consultazione non referendaria, che il governo di Madrid aveva bollato come priva di qualsiasi validità. La giovane costituzione spagnola del 1978, sancisce infatti l’unità e l’indivisibilità del proprio territorio. Barcellona non si è piegata e tre anni dopo ha scelto di forzare nuovamente la mano sfidando il veto del governo centrale. Si è spinta oltre, fino allo scontro con l’esecutivo spagnolo.

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Se il referendum scozzese di due anni fa aveva piena legittimazione, la consultazione catalana aveva l’evidenza di una forzatura e di una provocazione. Una legittimazione mai c’è infatti stata. In attesa di sviluppi sulla delicata questione Bruxelles ha mantenuto un prudente riserbo. L’Europa, che ogni volta che è chiamata a battere un colpo gioca puntualmente a nascondino, avrebbe avuto il compito di ergersi a mediatore fra le parti. Dai corridoi di Bruxelles nulla è trapelato, nessuna dichiarazione, nemmeno uno spiffero. Ponzio Pilato e Don Abbondio al confronto erano due ferventi decisionisti. Se la vedano tra di loro, è il messaggio di alto profilo filtrato dalle alte sfere europee.

Quella tra Barcellona e Madrid, è l’escalation di una lunga storia tra due litiganti, prima tra Falangisti Franchisti e Repubblicani ai tempi della guerra civile del 1936, poi tra centralisti e autonomisti, e infine tra unionisti e separatisti. Nel Clàsico, Barcellona e Real Madrid si giocano molto più che una partita di calcio. La Catalogna ha negli anni gradualmente alzato il livello delle proprie richieste, Madrid ha fissato l’asticella su una misura oltre la quale non si può andare. Si è arrivati così fino allo scontro frontale di domenica. Nonostante gli ammonimenti, la Catalogna ha lanciato il guanto di sfida chiamando i propri cittadini a una consultazione popolare, sebbene non fosse legittimata a farlo. Qui sta il peccato originale commesso dal governatore Puigdemont. Si è comportato come quel terzino che seppur già ammonito ha continuato a tacchettare impunemente le caviglie avversarie oltre i limiti della tolleranza. Inevitabilmente il cartellino rosso alla fine lo ha rimediato.

Detto questo, Madrid ha risposto nel peggiore dei modi. Stanca delle provocazioni catalane, ha perso la guerra dei nervi. Avrebbe benissimo potuto mantenere la linea del passato, non riconoscendo la validità del voto facendo leva su quanto sancito dalla costituzione. Catalani ovviamente a parte, Rajoy avrebbe goduto di un ampio appoggio nel paese. Puigdemont e il suo referendum naif sarebbero passati alla storia come bolle di sapone. Il primo ministro ha invece ceduto all’insofferenza e risposto nel peggiore dei modi. La violenza e la brutalità dell’intervento della Guardia Civil sono una reazione inaccettabile e hanno avuto l’effetto di attirare da ogni dove sugli indipendentisti di Barcellona sentimenti di solidarietà e vicinanza, di cui ben difficilmente avrebbero altrimenti goduto. Quella legittimazione che la Catalogna non aveva, se l’è guadagnata grazie alle bastonate infertegli dalla Guardia Civil. Lascia a dir poco sconcertati che un politico navigato come Mariano Rajoy sia inciampato in modo così pacchiano scegliendo proprio l’unica via che avrebbe dovuto evitare di prendere, vale a dire un vicolo cieco. Dalla ragione al torto, il passo è breve. Lui ne ha fatti almeno un paio in più giocandosi in un sol giorno reputazione e consenso. Un bel pasticcio.

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