BASTAVA UNA POLAROID

Macron e gli abbagli della stampa italiana

L’arrivo dell’autunno non sorride al presidente francese Emmanuel Macron. Dagli alberi dei Jardins de Luxembourg le foglie ingialliscono e cadono insieme ai consensi. Pochi giorni fa, prima della sua visita a Roma, l’inquilino dell’Eliseo è stato pesantemente contestato dagli studenti della Sorbona. Lontana è la notte del 7 maggio scorso quando davanti a una folla oceanica riunitasi al Louvre il 39nne di Amiens festeggiò insieme alla matura moglie Brigitte la sua elezione a ottavo presidente di Francia, il più giovane della storia storia repubblicana. Con il 66% dei suffragi sbarrò la strada al Front National di Marine Le Pen, scongiurando così la minaccia della destra populista. Va detto tuttavia che se non fosse stato inguaiato dai pasticci della consorte Penelope, quasi certamente all’Eliseo avremmo oggi Francois Fillon. Azzoppatasi la sua candidatura, il leader dei Repubblicani, trionfatore alle primarie, cedette per un punto il passo a Macron e al suo movimento En Marche!. Questi completò poi il lavoro battendo nettamente la Le Pen. Si scrisse e si disse di tutto e di più in uno coro elegiaco di rinnovata Grandeur.

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Non sono passati che pochi mesi, e l’indice di gradimento nei confronti del giovane presidente è precipitato. Il voto per il rinnovamento del Senato non lo ha premiato, anzi. Macron porta a casa soltanto 28 senatori su 348, pochini. La luna di miele, ammesso che ci sia stata, è insomma finita. Entusiasti della sua straripante vittoria alle elezioni, analisti, opinionisti, e commentatori cisalpini omisero, volutamente o meno, di comprendere le vere ragioni del suo successo. Si parlò in toni trionfalistici, spesso a sproposito, di una nuova via, sventolando i vessilli di un neoliberismo solidale e di un nuovo corso europeista. Niente di tutto ciò. Già ministro dell’Economia di Hollande, formatosi alla corte di Jacques Attali, vecchia volpe del mondialismo finanziario, e messosi in luce alla banca d’affari Rotschild con la quale concluse la transazione milionaria tra Nestlè e Pzizer, Macron è freddo uomo di sistema, nemmeno lontanamente incline a qualsiasi forma di rottura o discontinuità con lo status quo. Il rigido contenimento del deficit continua ad essere il parametro della politica europea, imposto dalla signora Merkel e condiviso dal presidente francese. E questa dovrebbe essere la grande novità…? Suvvia, non scherziamo.

In realtà non ci attendevamo nulla di diverso. Pochi mesi fa la maggioranza dei suoi elettori lo scelse, non perché convinta sostenitrice delle sue dottrine, ma perché vide in lui l’unico baluardo di resistenza da opporre all’avanzata di Marine Le Pen. Fu un voto di realpolitik, cose che da noi Indro Montanelli avrebbe suggerito di fare turandosi il naso. Una scelta obbligata, i cui nodi a distanza di pochi mesi vengono ora al pettine. I francesi questo, a dire il vero, lo hanno sempre ammesso con una buona dose di candore dicendosi persino pronti a pagarne dazio pur di arginare l’ondata lepenista. Da noi praticamente nessuno gli ha dato retta. Per mesi abbiamo assistito ai campioni dei nostri talk show sfoggiare fini conoscenze linguistiche pronunciando il nome di Macron ridondi di odioso narcisismo, e su di esso confezionare messaggi subliminali come lo spot di quella famosa banca che ti assilla dicendoti di essere stata costruita attorno a te (se così fosse, e ne dubitiamo fortemente, non è certo la Rotschild), sebbene tu non l’abbia mai richiesta.

Si è voluto dare una lettura enfatica ben oltre toni ragionevoli, secondo il diffuso malcostume di un autoreferenziale provincialismo tutto italiano che non resiste alla tentazione di strizzare l’occhio ad Oltralpe. La salottiera intellighenzia nostrana da sempre ammicca alla Gauche Caviar parigina, salvo poi piagnucolare se non prende più i voti di chi in Italia mangia pane e cipolla. Una storia che si ripete pure oggi. Nonostante Macron si sia sempre definito un liberale e mai un socialista, ammaliati dal fascino del personaggio, i fuoriclasse strapagati di tivù e giornaloni di casa nostra lo hanno fatto loro e a loro piacimento ne hanno idealizzato i tratti al Photoshop. Forse se ne sono già pentiti, chissà. In ogni caso non c’era bisogno di arrivare a tanto. Il semplice scatto di una vecchia Polaroid, non solo avrebbe fatto maggior chiarezza, ma ci avrebbe risparmiato un’estate di sermoni con rimarcati accenti d’oil sulla spiaggia di Capalbio. Sarebbe stato sicuramente meno chic, ma tremendamente più efficace e intelletualmente più onesto.

 

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