NANI ASPIRANTI GIGANTI

Il Veneto al voto

Tra un mese esatto saremo chiamati ad esprimerci sull’autonomia del Veneto. L’appuntamento referendario si avvicina e con la spinta del vento independentista che soffia in queste ore dalla Catalogna, entra nel vivo. Ci sarà chi proverà ad avvantaggiarsene, quelli non mancano mai, ma la protesta di Barcellona c’entra con quella di Venezia più o meno quanto una tela Mirò con una firmata da Teomondo Scrofalo. Il referendum Zaiano è consultivo, quindi non vincolante, ma in caso di raggiungimento del quorum ed esito favorevole Venezia potrà avviare il negoziato con Roma per un disegno di legge che attribuisca al Veneto maggior autonomia. La data del 22 ottobre è simbolica: il 22 ottobre del 1866 il Plebiscito del Veneto sancì infatti l’unificazione delle province venete al Regno d’Italia. Curioso, che ora ce ne vogliamo staccare.

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Lo scorso dicembre gli Italiani espressero parere nettamente contrario alla riforma che avrebbe visto il Senato trasformarsi in una Camera delle Regioni, sullo stampo del Bundestrat tedesco, l’organo di rappresentanza dei Lander teutonici. Era quella l’occasione per formalizzare il primo grande passo verso lo Stato federale. Tutto è quindi rimasto com’è. Siamo assertori della regola secondo la quale al tavolo delle trattative le regole del gioco vadano sancite di concerto. Premesso questo, o tutte, e sottolineamo TUTTE, le regioni acquisiscono maggior autonomia attraverso una riforma federalista della Costituzione, o tutte, e risottolienamo TUTTE, se ne stiano al loro posto. Il rischio è quello di un effetto domino che partendo da casa nostra trasformi l’Italia in una lega divisa tra campi di serie A e serie B. Vale a dire un gran pasticcio.

Siamo onesti, a differenza ad esempio di Alto Adige e Valle d’Aosta, il Veneto non ha motivi di carattere storico, geografico, etnico e linguistico per poter rivendicare a ragione l’attribuzione di uno statuto speciale. La spinta è di carattere puramente economico e nel malcontento alimenta il proprio focolaio. “Siamo stufi di pagare le tasse a Roma” è il refrain che suona da tempo. Lo stesso lo ripetono nelle valli Lombarde. Se questa è la logica, potrebbero sostenerlo anche Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana e così via fino a Scilla a Cariddi. Sai che bellezza…! Siamo da sempre a favore di una svolta in senso federale dello Stato. Una riforma vera, chiara, che valga per tutti e che non si trasformi in un distinguo tra cassoeula e baccalà alla vicentina. Non vorremmo assistere al sorgere di un federalismo zoppo, buono per qualcuno a scapito di altri. Di privilegi in questo paese ne vediamo fin troppi.

Ci auguriamo allora la più paradossale delle repliche: l’azzeramento degli statuti speciali esistenti. Tutti amiamo l’Alto Adige, provincia tuttavia ingrassata da Roma a suon di contributi e agevolazioni. Lo diciamo con affetto agli amici sudtirolesi: senza offesa, sarebbe ora che i gerani sui davanzali ve li pagaste da soli. Valga a maggior ragione, e aggiungiamo un bel ‘soprattutto’, per quelli che i denari li scialacquano in beata allegria (il riferimento alla Sicilia prossima al voto non è casuale, ma fortemente voluto). Zaia intanto attacca e sfrutta ogni occasione, non ultimo lo strappo sulla questione dei vaccini, per smarcarsi e mandare a Roma segnali di distacco. A Verona Sboariniani e Tosiani si accodano al torpedone leghista. Lo spettacolo non è granché, i modi e i toni appaiono parecchio discutibili. Il nostro doge impomatato va a briglia sciolta e cavalca l’onda arginata dal Mose farlocco e baro. Ci avesse pensato un po’ su, avrebbe potuto sfruttare al meglio una grande occasione e muoversi da vero, non presunto, leader. Avremmo espresso infatti il nostro apprezzamento nel vederlo riunire i governatori e farsi promotore di un progetto federalista serio attraverso l’operato di un comitato su scala nazionale. Niente da fare; come sempre ha vinto il protagonismo di nani aspiranti giganti. Così com’è, il loro referendum nulla appare più che una scatola vuota, una provocazione. E di provocazioni la penisola della fuffa è l’ultima cosa di cui ha bisogno per rinascere su una base di ritrovata credibilità.

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