GIGGETTO, IL PICCOLINO CHE SOGNA IN GRANDE

Primarie Cinquestelle: chi predica bene e razzola male

La montagna ha partorito il topolino. Grillo ha tratto il dado. Nessuno fiata, nessuno osa esprimere il minimo dissenso. I colonnelli pentastellati Di Battista e Fico si sono sfilati a capo chino in preda al mal di pancia lasciando campo libero a Giggetto Di Maio, il prediletto del demiurgo. A correre insieme a lui per il premierato saranno sette perfetti sconosciuti. Grillo riesce a far meglio di Pirandello, i cui personaggi in cerca d’autore erano sei. Lui ne ha trovato uno in più. Tra loro scopriamo esserci anche un veronese, tal Domenico Ispirato (da cosa, non è dato a sapersi). Saviano provoca, promette di candidarsi da indipendente, aggiunge colore alla commedia, ma perde una buona occasione per starsene al suo posto (gli succede spesso).

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In testa nei sondaggi, i Cinque Stelle ostentano sicurezza, ma da qui alla prossima primavera chissà quali sorprese potrà propinarci ancora la schizofrenia che imperversa nei corridoi della politica italiana. Con l’assurda incongruità dell’attuale legge elettorale, molto difficilmente Giggetto Di Maio conquisterà Palazzo Chigi. Il 41% dei suffragi rimane una chimera, e la parola ALLEANZA non è contemplata nel dizionario Grillo & Casaleggio. In vista delle elezioni del prossimo anno, il movimento non offre agli italiani una gran dote: le esperienze di governo in ambito locale non sono un patrimonio da esibire impettiti d’orgoglio; a Parma l’eretico Pizzarotti ha vinto la sua personale battaglia contro la scomunica (il vaffanculo a volte è un boomerang); a Livorno Nogarin ha disseminato perplessità sul proprio conto già in tempi non sospetti, quindi ben prima della sciagura che ha colpito la città; di fronte ai disastri di Roma, parlar male di Virginia Raggi è come sparare sulla Croce Rossa; più facile il compito della Appendino che a Torino ha ereditato una città tutto sommato ben amministrata.

Sbraitare, indignarsi, vedere complotti ovunque, e farsi paladini del dietrologo partito del NO ortodosso, alla lunga non paga. L’impressione è che gli italiani se ne stiano accorgendo. Il messaggio arriva alla pancia, ma stenta a salire fino al cervello. I grillini danno da tempo l’idea di essere eterni maturandi più adatti a gestire un’assemblea del movimento studentesco in un qualsiasi liceo del belpaese, che altro. Con quella sua faccetta da studentello modello Di Maio ne incarna perfettamente lo spirito. Magari Grillo lo ha scelto proprio per quello, chissà. Giggetto intanto ci crede, e fa le prove generali; si erge a statista di rango internazionale, imperversa nel salotti televisivi, salvo poi cadere sulla geografia (per lui Pinochet era venezuelano); va a Cernobbio al ritrovo dell’establishment finanziario come un pesciolino saltato fuori dalle acque del Lario. Sogna di rappresentarci al G8, ma l’immagine che se ne ricava lo ritrae nei panni del dolce Remy che in visita alla Casa Bianca chiede a Trump di poter giocare nello studio ovale con le macchinine sulla Polistil. Il Cavaliere Mascarato, che in quanto a battute non è secondo a nessuno, lo ha definito un “Meteorino”. Calza a pennello.

La Grillo & Casaleggio ha sprecato a nostro avviso un’ottima occasione. Dopo la curiosità e gli entusiasmi suscitati all’alba, la credibilità delle primarie sta già al tramonto. In teoria sarebbero uno strumento di democrazia utile ad alimentare un dibattito costruttivo, ma siamo riusciti ad italianizzarle e ridurle a messinscena. Già quelle del PD che hanno visto Renzi asfaltare due titani come Emiliano e Orlando, hanno offerto spunti d’interesse pari a una puntata di Sorgente di Vita; i Cinque Stelle potevano fare le cose per bene in segno di netta distinzione. Sembra impossibile, ma riescono invece nell’impresa di far, se possibile, ancora peggio riducendo le primarie a farsa. Al confronto, Napoli-Benevento di domenica scorsa è stata una partita equilibrata e incerta fino all’ultimo minuto. Tanto varrebbe allora fare un passo indietro e risparmiarci certe pantomime. Di sicuro non ne sentiremmo la mancanza.

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