IL GUARDIANO DEL FARO

Fari puntati su un PD ondivago, senza strategia

Un’ondivaga rincorsa, se non questo cos’altro? In un sistema in perenne campagna elettorale, la politica va a caccia di consensi tralasciando temi oggettivamente centrali per il futuro del paese, e preferendo spostare il focus del dibattito sulla disperata ricerca di Like. Pena ne sono il pubblico interesse e la coerenza. Il PD nelle scelte di queste ultime ore non fa che confermare una simile tendenza. Di fronte alla ritrovata unità del blocco conservatore, che vede Berlusconi accomodarsi sulla sedia di regista a dirigere sul set i primi attori Salvini e Meloni, e di fronte alla macchina pentastellata che nonostante gli imbarazzanti segnali che giungono dalla confusa amministrazione di Roma continua ad essere la più temibile sfidante, la controparte progressista appare del tutto incapace di far quadrato. Se l’unità è il karma del centrodestra, e il “soli contro tutti” lo è dei cinquestelle, la divisione continua ad essere il dramma intrinseco al centrosinistra.

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Il PD nacque da una fusione tra Margherita e DS, vale a dire un sodalizio tra nipotini di De Gasperi e Togliatti. Non era un’idea nuova, ma l’attuazione di quel vecchio progetto caro ad Aldo Moro (lo pagò con la vita) chiamato compromesso storico. Se allora con il muro di Berlino in piedi e il perdurare delle ideologie del novecento, questo poteva avere un senso e godere quindi di un certo credito e peso specifico, oggi non è più così. Matteo Renzi ha spostato senza il minimo indugio l’asse del partito decisamente verso il centro fino a farne qualcosa che sta tra una riedizione della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista pre-Craxiano. Paradossalmente, Renzi ha fatto più cose di destra che Berlusconi. Tra tutte, l’abolizione dell’articolo 18 ne è stata la prova più tangibile. Il Cavaliere non ci riuscì, perché dovette alzare bandiera bianca di fronte al milione di manifestanti che la CIGL di Cofferati gli riversò sul pratone del Circo Massimo. Ma Renzi ha ottenuto anche un altro risultato: quello di spaccare di fatto il partito dando così origine all’ennesima scissione nella sofferta storia della sinistra. Rimasti quelli di De Gasperi, i nipotini di Togliatti se ne sono andati sbattendo la porta.

Oggi il fronte di centrosinistra è una costellazione composta dalla stella polare del PD, e minuscoli microcosmi rappresentati dai fuoriusciti di MDP (perbacco che fantasia coi nomi…!), SEL, e il gruppo di Pisapia che si sta faticosamente proponendo quale collante. Il risultato è che si si andasse a votare adesso (tuttavia l’appuntamento alle urne non è lontano) il centrosinistra pagherebbe la mancanza di compattezza con una sonora sconfitta. Del resto è sempre stato così. L’unità a sinistra è un chimera che suona a refrain. Evidentemente le lezioni del passato non sono servite. Berlusconi ha fatto partire il timer e ghigna beffardo sotto il mascara. La risposta che viene dal Nazareno non lascia presagire alcun progetto che sfoci in un’azione articolata, ma anzi mostra una palese mancanza di strategia e visione. Sotto nei sondaggi, il PD rincorre. Lo fa in modo abbastanza schizofrenico senza un filo conduttore.

“Dai D’Alema, dì una cosa di sinistra” Ricordate? Lo diceva Nanni Moretti nella celebre sequenza del film Aprile. Era il 1998. Son passati quasi vent’anni. Nulla è cambiato. Di cose di sinistra il PD ne dice e ne fa ancora pochine. Investito, col rischio di farsi travolgere, dall’emergenza immigratoria e consegnare il paese al webbismo naif dei grillini o alla premiata ditta BSM and Partners (Berlusconi, Salvini, Meloni & soci), il PD mostra i muscoli di un uomo degli apparati come il Ministro degli Interni Minniti, ma sulla questione dello Ius Soli dopo aver timidamente sondato i terreni, rivelatisi però sabbie mobili, fa prudentemente marcia indietro in attesa di tempi più propizi.

Un colpo al cerchio ed uno alla botte, dicevano i nostri vecchi. Ecco allora che per ingraziarsi l’imbronciato popolo delle salamelle alle Feste dell’Unità, salta fuori Fiano con la trovata della proposta di legge contro le simbologie del fascismo. Non entriamo nel merito della questione, ma sull’opportunità di un simile provvedimento rimangono a nostro modesto avviso più ombre che luci. L’impressione che se ne ricava è chi si tratti di un’astuta operazione di bottega, utile solo a far propaganda e dare buona immagine di sé a una base delusa e spiazzata (difficilmente la legge passerà al Senato). Nulla più che chiarori lampeggianti di un faro agli occhi dei naviganti. Abbagli qua e là a sinistra, in un mare le cui onde sembrano spingere a destra. E i fari, si sa, non hanno più guardiani.

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